Vincenzo Liguori – “Area di smistamento primario”

Con un leggero sibilo e una precisione millimetrica, il convoglio si ferma
dolcemente al punto previsto. Uno sbuffo d’aria apre le porte pneumatiche
e ordinatamente, come tutti i giorni dell’anno solare, stretti nelle nostre
casacche invernali, usciamo dall’utero metallico affollando il vasto marciapiede
d’accoglienza. In silenziose file parallele, ci avviamo composti verso le scale
mobili che con serena mestizia conducono all’area di smistamento primario. Il
marciapiede che prima assorbiva il rumore dei nostri passi, ora lentamente si
svuota rimanendo ad accogliere soltanto la luce fredda dei potenti fari
d’illuminazione. Nel preciso momento in cui comincia la nostra meccanica risalita,
si ode un nuovo sfiato che annuncia la chiusura delle porte pneumatiche e
la partenza del convoglio. Con un gesto consolidato dall’abitudine, tutti ci voltiamo
per accompagnare con lo sguardo il mezzo che si allontana. Lo seguiamo
con gli occhi fino alla bocca secca e buia della galleria in cui con orgoglio va a
infilarsi. Poi, con un movimento contrario al precedente, riportiamo il capo nella
posizione iniziale e torniamo a fissare la nuca o le scapole di chi, davanti a
noi, ci precede al gradino più alto della scala. Nient’altro notiamo durante questa
serena traiettoria circolare disegnata dalla nostra testa. I nostri occhi non
accettano nessuna distrazione. Essi cercano prima il mezzo elettromeccanico
che riprende il veloce spostamento verso la galleria, poi la schiena di chi ci precede.
Poiché, una volta che gli imponiamo di guardare nuovamente davanti,
ciò che da sempre interessa tutti noi, è concentrarci sulla destinazione da costruire
appena giunti in cima alla scala. Tunnel di collegamento sono sparsi in
ogni direzione, perciò analizzare le opzioni e le possibilità prima di scegliere
quali di queste far confluire nella formazione di una destinazione, rappresenta
per noi quella che siamo abituati a chiamare forma di elementare saggezza.
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Può essere un’esperienza assolutamente traumatica trovarsi davanti alla vastissima
gamma di possibilità offerte dalla raggiera dei tunnel di collegamento e
non essere dotati di quella saggezza che consente di conoscere e infine consacrare
la misura della propria destinazione. Ogni tunnel porta a un luogo diverso
ed è anche il punto in cui culmina la possibilità di una destinazione. Dico
possibilità, perché chiunque può esercitare liberamente la scelta di non infilarsi
in nessun tunnel e di non giungere mai a una destinazione. E dipende esclusivamente
da lui se il suo spostamento da casa si concluderà soltanto nell’area di
smistamento primario. Rinunciando al viaggio in uno dei numerosi tunnel, egli
esclude sin dall’inizio la reale possibilità di dare una destinazione alla naturale e
fluttuante sinuosità del suo percorso. Prima di mettersi in viaggio, ossia prima
di prendere e portare con sé le proprie cose, di indossare la casacca invernale,
aspettare lo sbuffo che precede la meccanica apertura delle porte del convoglio,
calpestare il marciapiede d’accoglienza e infilarsi in uno dei tunnel di collegamento,
tutti dovrebbero aver appreso almeno una cosa di rigorosa importanza:
una destinazione non è né il viaggio né la sua meta.
A una meta corrisponde quasi sempre il nome di un luogo segnato sui giganteschi
cartelloni luminosi posti sulle pareti dell’area di smistamento primario.
Basta alzare gli occhi e essere in grado di leggere per aver appreso
all’istante cos’è una meta e qual è il suo nome. Siccome anche l’area di smistamento
primario è un luogo come un altro, può facilmente essere confusa con
una meta. In realtà molti riducono la loro esperienza soltanto a questa semplice
constatazione, e per il resto della loro vita, rimangono delusi e afflitti dalla frustrante
insoddisfazione che alla lunga essa produce.
Il viaggio, poi – alcuni di noi lo hanno già sperimentato –, è solo l’aspetto
dinamico della faccenda, il movimento al quale, dopotutto, non possiamo rinunciare.
Tutto ciò che serve per affrontare un viaggio, ossia per spostarsi affannosamente
da un luogo a un altro, è avere piedi svelti e sicuri o zampe lunghe
e pelose come quelle di un insetto. Nulla di fiabesco è per noi il viaggio se
non la congiunzione di due o più punti di una linea immaginaria e di lunghezza
variabile. Con il tempo, infatti, abbiamo appreso che non sono né la quantità di
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chilometri percorsi né il numero di meraviglie osservate a connotare
l’irripetibile grandezza di un viaggio. Sebbene contraddistinta da fatica e stanchezza,
da una densità di emozioni, ammirazione e ricordi, la distanza che si
copre spostandosi da una meta all’altra equivale a quella del volo di una mosca
nel vuoto di una stanza. Girando nella propria camera – anche questo ci è stato
insegnato –, si possono fare conoscenze impreviste e inaspettate di originale e
franca bellezza. La stanzialità del passero, insomma, non ha nulla da invidiare
alla propensione migratoria della rondine.
Per tale motivo, credere che il nome di un luogo, la meta, costituisca o abbia
anche il senso di una destinazione, è assolutamente stupido e talvolta pericoloso.
Come pericoloso, per esempio, è fidarsi della mole di banali considerazioni
e di stucchevoli romanticherie che molti uomini illustri hanno scritto sul
misterioso fascino del viaggio. I loro libri hanno sconvolto e devastato la mente
di molti giovani o addirittura di intere generazioni, riducendoli all’immagine
illusoria di loro stessi. Alcuni di questi, facendo confusione tra viaggio, meta e
destinazione, si sono fiondati nel tunnel sbagliato intraprendendo un viaggio
inizialmente affascinante ma che in seguito non solo non ha condotto a nessuna
meta, quanto soprattutto non ha portato al compimento di nessuna destinazione.
Le carcasse rinsecchite che di tanto in tanto si scorgono nella penombra dei
tunnel prima di essere rimosse da qualificate squadre di pulitori, sono proprio
quelle dei malati di fantasia che hanno letto quelle pagine colpevoli e hanno poi
frainteso il senso del viaggio e quello della destinazione. La millanteria di tali
uomini ha avuto conseguenze disastrose che purtroppo ancora oggi paghiamo
con una certa indifferenza per ogni aspetto di una destinazione. Con intraprendenza
e coraggio noi abbiamo rifuggito quelle letture, ci siamo allontanati
da esse come si scappa dinanzi a un improvviso pericolo. Ma con interesse e
amore, invece, ci siamo impegnati prevalentemente nella definizione di una destinazione.
Tuttavia lo scenario che ogni volta si presenta nell’area di smistamento
primario agli occhi dei nuovi arrivati, è quello di un totale abbandono e smarrimento
di chi è ancora sopraffatto dall’indecisione. Tale è la confusione che
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regna in quel luogo tra chi vi trascorre gran parte delle proprie giornate, che
ormai non si distinguono più coloro i quali stanno cercando una meta da quegli
altri che all’opposto, con cimento e fatica, tentano di costruire una propria destinazione.
Inoltre, a complicare maggiormente l’aspetto della questione, talvolta ci si
mette anche la blasonata teoria della predestinazione. Ecco spiegato perché in molti
casi, nell’area di smistamento primario si sente parlare di piano predeterminato.
Parlano cioè di un misterioso e imperscrutabile disegno che farebbe da garanzia
a tutto l’articolato percorso costituito dal viaggio, dalla meta e dalla destinazione.
La nota teoria pretende che ogni nostro sforzo sia determinato da
una causalità che è estranea alla nostra volontà, vuole che ogni destinazione
rechi in sé un destino che la condiziona sin dal principio, insegna che ogni nostro
atto improntato a modificarne gli esiti e la conclusione, sia vano e inutile.
Ma se noi siamo giunti fin qui – ci chiediamo –, fino all’area di smistamento
primario soltanto con le nostre forze e la nostra volontà; se abbiamo infilato
la casacca invernale, abbiamo salutato i nostri cari sulla porta di casa e ci siamo
messi in cammino per giungere alla vettura elettromeccanica che ci ha lasciati
al budello di tunnel di collegamento senza che sia mai intervenuta nessuna apparente
distorsione nella nostra esistenza, possiamo sinceramente credere di
non essere l’oggetto di nessun piano, oppure dobbiamo finire i nostri giorni rosi
dal dubbio che tutto ciò che fino a quel momento abbiamo compiuto era già
stato preordinato da un ineffabile disegno? Possiamo rimanere totalmente indifferenti
al condizionamento di chi intende farci credere che il nostro viaggio, e
infine la nostra destinazione, stavano già ad aspettarci da qualche parte belli e
compiuti, oppure dobbiamo arrenderci all’insolente richiamo della tradizione e
della cultura rimettendoci all’obbedienza dei dettami imposti da un manipolo
di chierici di bocca larga e vedute ristrette?
Per fortuna, alcuni di noi fermi nell’area di smistamento primario pronti a
infilarsi in un tunnel di collegamento ma già con un nichelino di elementare
saggezza salda nel pugno, hanno imparato che soltanto quando la percezione
del tempo si blocca e assume l’andamento lineare di una saetta o del convoglio
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che ci ha partoriti in prossimità del marciapiede di accoglienza, tra noi e la nostra
destinazione si è infilato qualcosa di imperscrutabile e che non conosciamo.
Soltanto quando non percepiamo più lo sforzo e la fatica insiti nella costruzione
della nostra destinazione, quando cominciamo a considerare nefasta la casualità
degli eventi e inopportuno il sopraggiungere di un imprevisto, dobbiamo allora
considerare di fare marcia indietro e di ritornare sulle nostre precedenti
posizioni. Poiché è in quel preciso istante che conviene credere che qualcosa di
assolutamente superfluo abbia preso in mano la nostra penosa esistenza per illuderci
con la speranza di un viaggio gradevole e rassicurante.
Purtroppo molto spesso si vedono scene raccapriccianti e commoventi in
prossimità dell’area di smistamento antistante alla raggiera dei tunnel. Figure
umane (ma chiamarle così è ormai una confortante abitudine) confuse e smarrite
che vagano senza avere la minima capacità di rintracciare o costruire il senso
della propria destinazione. Con gli orecchi protesi ad ascoltare i rincuoranti
messaggi che provengono dagli altoparlanti e gli occhi fissi sui tabelloni luminosi,
sono all’inutile ricerca del nome di una meta. Attendono la consolazione di
un destino scritto a caratteri sgargianti. Le loro teste rivolte verso l’alto, implorano
il compimento di qualcosa che per lo più ignorano. I loro passi sono incerti
e malfermi, assomigliano a orribili mummie che si muovono senza grazia e
con un andamento traballante. Alcune di esse, come bestie insozzate dai loro
stessi escrementi, si aggirano in prossimità delle bocche dei tunnel di collegamento
prima di esserne inevitabilmente risucchiate e sputate chi sa da quale
altra parte. Come animali in gabbia, dopo aver perso definitivamente il senso
del pudore e del decoro, non riescono più a sfruttare nemmeno quello comune
della libertà. La cieca credulità e il consenso alla predeterminazione del disegno
che loro con un eufemismo continuano a chiamare itinerario, non rende loro
liberi di abbandonarsi alla mole di eventi che la determinazione di una destinazione
intrinsecamente porta con sé. Tuttavia non è l’orientamento che manca
loro, e nemmeno la possibilità di un percorso. Essi hanno semplicemente smarrito
la capacità di assumere il senso della volontaria adesione alla casualità di
una destinazione. E i loro occhi che non sono più capaci di seguire il convoglio
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elettromeccanico allontanarsi e infilarsi nella galleria, ancora adesso ce lo confermano.

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