Simone Censi – “Agli avi l’ardua sentenza”

Genova, esterno giorno. Quella che a tutti gli effetti possiamo definire un’astronave aliena, è appena atterrata in piazza De Ferrari; è lì da ore ed è circondata dalle forze dell’ordine, istituzioni, sindaco in testa e, ovviamente, curiosi. Uno stuolo di curiosi ammassati dietro le transenne appositamente sistemate nel perimetro del piazzale.

In un silenzio irreale si apre il portellone a tenuta stagna e dalle valvole che ne regolano il movimento, fuoriesce una grande nuvola di fumo denso, forse semplicemente vapore acqueo, che in pochi secondi avvolge completamente quello strano quanto futuristico mezzo.

Dopo un primo momento di perplessità dovuta dalla paura per l’ignoto gli astanti si fanno coraggio l’un l’altro da dietro le transenne e le autorità prescelte per il primo contatto, compatte avanzano con il contemporaneo diradamento della nebbia che si era creata, pronte a dare il ben venuto a quei visitatori che provenivano da chissà quale lontano pianeta.

“Sarò io come primo cittadino a dare il benvenuto a questi provetti viaggiatori dello spazio e darò il caldo benvenuto in nome della città che rappresento.”  Dice il sindaco gonfiando il petto e lisciandosi la banda tricolore che dalla spalla destra al fianco sinistro è sorretta da una coccarda.

“Sarò io a dare il benvenuto” dice il presidente della Provincia “ in rappresentanza di quella che sarà la costituenda Città metropolitana di Genova, che ha per stemma una croce di rosso cimato alla corona, sostenuta da due grifoni affrontati”.

“Sarò io a dare il benvenuto …” dice il presidente della Regione “a rappresentanza della nostra Regione e di tutta la nazione”.

I militari intanto, sempre pronti a ogni possibile pericolo, si sono schierati tutto intorno alla piazza frapponendosi tra i curiosi e lo strano mezzo spaziale, divisi in drappelli stanno chini facendosi scudo dei mezzi con i quali sono arrivati e puntano le armi contro quell’inaspettato visitatore galattico.

“E se non avesse buone intenzioni?” chiede il generale dell’esercito che è stato mandato di fretta e furia a coordinare le operazioni una volta che il velivolo è stato tracciato sul radar dell’aereonautica.

A quella domanda tutte le istituzioni fanno un passo indietro, nel preciso ordine in cui una voce aveva sovrastato l’altra per andare a prendersi gli onori del caso.

Anche la folla che prima premeva contro i nastri per riuscire ad avere una visuale migliore adesso si andava via via calmando, cercando di rimanere comunque in prima fila per vedere, la forza della curiosità! ma al contempo cercando di pianificare una via di fuga se la necessità lo avesse richiesto.

I giornalisti arrivati sul posto prima di ogni altro e che forse ancor prima dell’aereonautica avevano intercettato il velivolo prima che entrasse nella nostra atmosfera, i potenti mezzi dell’informazione! sono stati i più agguerriti nel farsi ricacciare dietro le transenne dai militari e non vogliono sentire ragioni di sorta, decisi a portare a casa il servizio anche a costo della vita, nel caso di cattive intenzioni dei visitatori spaziali.

La nebbia si dirada nella piazza e lascia intravedere il portellone dai bordi illuminati da lucine arancioni calato a terra, sistemato in modo da formare una scaletta per permettere la discesa dall’astronave.

L’offuscamento permette solo di scorgere una sagoma che a stento si riesce a delineare.

Sono umanoidi questo è certo, se per umanoidi si considerano portatori di una testa allocata sopra un busto sorretto da due gambe e con due arti mobili denominati braccia.

L’unica differenza riscontrabile è la testa molto grossa e la calotta cranica assente, un vetro trasparente ricopre un enorme cervello a vista, il busto stretto e lungo sembra essere quasi privo di muscolatura e donando all’insieme un aspetto lanciato.

Allo stesso modo le braccia e le gambe sono lunghe in maniera proporzionata per quel corpo e sproporzionate per qualsiasi altro termine di paragone.

Mentre quella creatura scende dalla scaletta, si riesce a scorgere al suo fianco un altro elemento, esattamente uguale al primo ma di dimensioni dimezzate in tutto e per tutto.

Testa grossa la metà, alto la metà e quindi con braccia e gambe del primo fratto due.

Sembrano respirare normalmente l’ossigeno della terra e sembrano riuscire a muoversi agilmente nonostante la forza di gravità terrestre.

Il più piccolo rivolgendosi a quello più alto dice “ 44°24′40.16″N – 8°55′57.58″ Ci siamo signore! E’ questa”

“Allora è questa!” risponde lo spilungone “ era difficile immaginarsela così!”.

La gente rimane esterrefatta, riescono a parlare non solo una lingua terrestre ma proprio l’italiano e a dirla tutta con un accento che a saperlo rifare suona in tutto e per tutto genovese.

Il sindaco fa uno scatto in avanti, ma è subito sopravanzato dal presidente della provincia che si era smarcato di alcuni assessori genovesi che facevano “muro”, quando il presidente della regione dribbla l’intero gruppo e si ritrova alle terga del Vescovo che a braccia spalancate in tono solenne dice: “ Benvenuti fratelli del cielo, sia fatta la volontà del Signore!”.

Lo spilungone li guarda con noncuranza, lascia indietro il piccoletto e fa due passi in avanti, al centro della piazza, guardando tutta la folla che si è apprestata intorno.

La piazza stracolma è in totale silenzio in attesa di quelle parole che arrivano direttamente da un altro pianeta.

“Concittadini!“ esordisce “Noi veniamo dal futuro! Non siamo extraterrestri ma siamo di questa terra come voi, solo che veniamo a voi attraverso un viaggio che ci ha permesso di attraversare in un attimo migliaia di anni!”.

La gente stupita sgrana gli occhi e borbotta tra se nell’incredulità più totale.

“Vedo tra voi facce” continuò lo spilungone “che sono quelle dei nonni, dei nonni dei nostri nonni.”

“Siamo giunti qua fino a voi indietro nel tempo, perché ci è stata affidata un’importante missione dalla nostra civiltà, che poi è la civiltà che genererà i figli dei vostri figli. In tutto questo un unico destino ci unisce e per questo motivo abbiamo ripercorso a ritroso il tempo fino ad arrivare a voi. Come potete vedere parlo come voi perché nonostante la globalizzazione galattica siamo riusciti a preservare le nostre tradizioni e i nostri costumi. Fisicamente siamo diversi perché i nostri organismi si sono dovuti adeguare a terribili guerre e disastri ambientali in parte causati da voi, così lo sviluppo e la tecnologia hanno portato in noi delle modifiche ma il cuore è rimasto quello e anche l’amore per la nostra città. Con l’invenzione della “Superba”, la macchina del tempo che vedete alle mie spalle, siamo giunti fino a voi per compiere la nostra missione. Tempi nefasti e duri attenderanno l’umanità nel suo divenire e questo male ha radici antiche, il nostro dovere è di mettervi in guardia affinché possiate correggere il tiro e donare all’umanità un futuro migliore.”.

Di fronte a tutto questo nessuno ha più il coraggio di parlare o di farsi semplicemente avanti. Nell’incredulità generale ognuno sta come una statua di sale, sentendo il proprio destino e quello dei propri figli ancorato saldamente alle parole di quell’uomo venuto dal futuro.

“Cittadini!” prosegue dopo un silenzio teatrale che accresce ancora di più la tensione “il messaggio che sono venuto a darvi è …”.

I battiti dei cuori degli astanti che all’unisono attendono il sibillino responso, sono forse l’unico rumore che si può udire in quella piazza, eccezione fatta per il verso di un gabbiano che vola alto e indifferente agli umani destini.

“Fermate Colombo!”

“In che senso?” fu l’immediata e naturale risposta della classe borghese, mentre il resto della gente proruppe all’unisono in un accorato “Cazzo dice…?”

Il generale che tra tutti quanti è quello rimasto in avan scoperta, si guarda un attimo intorno per vedere se c’è qualcuno deputato più di lui a dare risposta al nuovo venuto, ma non trovando un volontario nemmeno a pagarlo si fa coraggio e risponde:

“Scusi, buon uomo venuto dal futuro … “ cercando di sembrare il più cortese possibile “ ma Colombo è nato più di cinquecento anni fa…”.

Lo spilungone rimane di sasso e inizia a trascolorare per poi riacquistare tonalità sempre più scure. Si gira tutto d’un pezzo verso il bassetto che gli sta ancora a fianco e in un impeto d’ira gli urla: “Ancora?”

Poi gli piazza un calcio di piatto a girare sul sedere che lo rispedisce all’interno della navicella senza fargli toccare nuovamente suolo terrestre.

Lo spilungone, dopo aver raggiunto la scaletta per risalire sulla navicella si arresta, si volta nuovamente verso la folla cercando di calmare i nervi che oramai aveva a fior di pelle e cercando di darsi un tono si schiarisce la voce e alza ambo le braccia verso la gente.

Con voce solenne sentenzia: “ Mi rivolgo alla famiglia Parodi!”

Dopo un attimo di silenzio: “Vendete quella villa a Carignano e comprate le azioni Apple! … Voglio dirvi solo una cosa prima di andare via … Forza Samp!”.

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