Simona Lauriola – “Voci”

Corro. Certo che corro. Ho alle calcagna chissà quanti alieni. Tengo per mano il mio fratellino, che mi rallenta un po’. Nell’altra mano, invece, stringo forte il mio cellulare, con quel poco di carica rimasta, che emette la mia voce che canta. È l’unica arma che abbiamo contro questi esseri. Se cantiamo, loro non possono avvicinarsi. Non chiedetemi il perché, a me interessa solo che non sfiorino Sean.

Scorgo il cancello, quello verde e scrostato che ho visto nei manifesti. Era un rifugio, a quanto pareva, per tutti gli umani rimasti. Da lì avremmo potuto proteggerci a vicenda più facilmente. Do un’occhiata dietro le mie spalle e vedo una striscia di corpi allampanati che indietreggia. Hanno la pelle rosa-grigiastro, come se indossassero una calzamaglia su tutto il corpo e sono piccoli. Ma so quanto possono essere letali se si avvicinano. Ho visto i miei genitori afflosciarsi e perdere i sensi di fronte al tocco di uno di loro.

«Dai, Sean, siamo arrivati!»grido, sopra la canzone che si sprigiona dal cellulare. Sento solo i nostri passi frettolosi e l’affanno di mio fratello. Poi vedo un uomo dietro le sbarre che ci chiama a gran voce. No, non ci sta chiamando, sta cantando; infatti gli altri alieni rosa stanno a due metri di distanza, come se ci fosse una barriera invisibile tra loro e i cancelli. Per superare due alieni comincio a cantare, disponendo il cellulare verso le mie spalle e dirigendo la voce verso gli esseri di fronte a me. Si spostano, come accecati. Sean si schiaccia contro il mio fianco e noi camminiamo nella mezzaluna ingombra di alieni. L’uomo non smette di cantare, ma ci porge la mano. Lui e un altro ragazzo sputato dal nulla ci aiutano a scavalcare il cancello, Sean va per primo. Quando sono dall’altra parte, mi accorgo di aver smesso di cantare e che il cellulare è spento, ormai completamente scarico. Corriamo verso la casa, l’uomo ha preso in braccio Sean e il ragazzo è rimasto a cantare a poca distanza dal cancello.

Saliamo i gradini del portico e mi fermo a riprendere fiato.

«Ci fa piacere che ce l’abbiate fatta.»dice l’uomo. Non si rade da giorni, si vede. «Come vi chiamate?»

Io alzo lo sguardo e trovo i suoi occhi verde slavato. «Sono Haely, e lui è Sean.» dico in un soffio.

L’uomo sorride e batte una volta le mani. Voltiamo tutti la testa nell’udire dei passi, il ragazzo ci ha quasi raggiunto. «Ciao.» dice. «Sono Ryan, benvenuti nella Fortezza.»

Lo guardo interrogativa. «Grazie.»

Ci conducono dentro. «Non abbiamo molto, ma Ryan vi troverà un posto per dormire.» ci assicura l’uomo. «Ah! Io sono Jeff, comunque.»

Mi porge la mano e gliela stringo, nonostante era quasi un decennio che non lo facesse più nessuno. La gente, nel 2050, odiava il contatto fisico. Dopo l’epidemia del 2038, tutti avevano paura di essere contagiati. C’era chi diceva che la malattia era stata portata dagli alieni, anche se erano poche settimane che si erano manifestati a tutto il mondo. Nessuno sapeva cosa volessero davvero, però, quegli esseri rosa. Era chiaro che erano venuti disarmati, come se si aspettassero che noi umani li accogliessimo a braccia aperte. Ne avevamo uccisi molti di loro, ma avevamo avuto anche tante perdite, bastava il loro tocco. O almeno era quello che tutti credevano.

 

«Accomodatevi» dice Jeff.

Mettiamo piede nell’ingresso, dove pareti e pavimento erano di legno. Una grande scalinata portava ai piani superiori e Ryan ci conduce proprio verso il primo piano. Teste curiose sporgono da ogni porta e ci salutano a voce. Nella casa rimbomba una canzone che non conoscevo.

«Come fate a proteggervi?»chiedo.

«Gli altoparlanti diffondono le nostre voci. Abbiamo registrato canzoni di gruppo, sembra che funzionino meglio. E alcuni hanno delle canzoni che portano nel cuore. Pare che queste possano addirittura stordire i Signori Alieni.»

Ryan mi sorride e noto i suoi denti assolutamente bianchi. Mi domando come sia possibile che durante un’invasione della Terra ci sia gente così curata.

«E l’energia dove la prendete?»

Il ragazzo si gira e cammina all’indietro. Sean fa un piccolo salto quando vede una palla da calcio rotolare fuori da una porta.

«Pannelli solari» dice Ryan indicando il soffitto. «Il Sole non ce lo toglie nessuno, per ora.»

Ci da di nuovo le spalle e allunga il braccio verso una porta chiusa. Il secondo piano è costruito come un anello e anche qui predomina il legno. Doveva essere la casa di uno di quelli che con l’epidemia del ’38 aveva guadagnato un mucchio di soldi. E forse era morto, ora. Ironia della sorte.

«Ciao Jenny»saluta Ryan entrando nella stanza. Mi chiama e io e Sean ci avviciniamo. Mi meraviglio che mio fratello non abbia fiatato fino a ora, ma la paura doveva avergli mozzato la lingua.

Nella stanza c’erano letti su ogni parete libera, tutti singoli a parte uno. Su quest’ultimo, c’è una ragazza seduta a gambe incrociate che studia dei fogli.

«Questi sono Haely e Sean. Occuperanno la stanza con te, okay?»

Jenny annuisce e cerca qualcosa nella tasca. Mi mostra il suo cellulare. «Prendete e registrate la tua voce, così si sbloccherà anche se sarete voi a parlare. Se dovessimo essere in pericolo, ci aiuteremmo, no?»

Rimango un secondo spiazzata. «Sì, certo»dico poi. Le porgo il mio ma ritraggo la mano. «È scarico.»

Ryan apre un palmo verso di me. «Dai qua, te lo carico.»

Glielo porgo e per poco non perdo l’equilibrio, Sean mi sta tirando un polso.

«Qual è il nostro letto?»chiede mio fratello.

Ryan si morde un labbro. «Jenny, direi che dovesti cedere il matrimoniale a loro.»

La ragazza annuisce e si lega i capelli biondi in una coda alta. «Prendo i fogli e mi metto accanto al letto di Cecilia.»

Le sorrido. «Grazie.»

Jenny scuote una mano. «Ma figurati! Qui siamo tutti profughi.»

Non so bene perché, ma la parola profughi mi rese lucida e guardai mio fratello e poi Ryan. Sean aveva i capelli castani incrostati di qualcosa di grigio e Ryan aveva un buco nella maglietta verde scuro.

«Possiamo fare una doccia?»chiedo al ragazzo.

Lui spalanca gli occhi marroni e diventa rosso. «Che sbadato, non ti ho mostrato i bagni. Jen, torniamo fra poco.»

Ci porta in una stanza vicina dove ci sono due lavandini, una doccia e una vasca idromassaggio. Mi si illuminano gli occhi.

«Funziona?»chiedo indicando la vasca.

Lui annuisce con vigore.

Mi da la chiave della stanza, asciugamani e vestiti puliti. Lavo prima Sean e l’acqua corrente ci mette di buon umore. Mio fratello cerca di acchiappare le bolle con le sue mani e ride ogni volta che gliene scoppia una in faccia. Per i suoi dieci anni è alto e ancora un po’ infantile per certe cose, ma lo amo anche per questo. Mentre gli metto l’asciugamano bussano alla porta.

«Ehm, sì?»grido.

«Haely, sono io. Ryan»

Mi blocco e sento le guance andare a fuoco. Ero bagnata fradicia, perché Sean si era divertito a bagnarmi e bagnare il tappeto. Mi sentivo quasi nuda.

«Dimmi!»la voce mi trema.

«Vuoi che Jenny tenga Sean mentre ti lavi?»

Sean comincia a scuotere la testa e i suoi occhi blu mi pregano di non lasciarlo da solo.

«Sono brave persone, Sean.»gli mormoro. «No, Ryan, grazie!»

«Oh, okay.»

Faccio una doccia per risparmiare tempo e ordino a Sean di pettinarsi e vestirsi mentre mi lavo. Ogni tanto spio dalla tenda della doccia per assicurarmi che stia bene.

Quando usciamo dal bagno, profumati e con i capelli umidi, la gente del rifugio si sta accalcando per le scale. Incrociamo Jeff e Ryan, che ci porgono dei microfoni.

«Circondano i cancelli, dobbiamo cantare»ci dice. Sean lascia cadere il microfono di colpo e io mi chino a raccoglierlo.

«Andrà tutto bene»gli dico, ma sta quasi piangendo. Ryan si piega alla nostra altezza. Cantate l’inno, lo sapete, no?»

Annuisco.

«Ryan, e se io avessi una canzone nel cuore?»Lui mi scruta per alcuni secondi, mentre la calca di gente si è ormai riversata nell’ingresso.

«Venite con me»mi prende per mano e entriamo in una delle stanze. Spalanca il balcone e usciamo fuori. Sean si rannicchia contro le mie gambe mentre Ryan si tocca l’orecchio e dice: «Microfono 15, 16 e 2, convogliali verso est. Cantiamo qualcos’altro.»

Stringo forte il microfono e lo porgo a Sean. «Ricordi la ninna nanna che ci cantava mamma?»gli chiedo. Lui tira su col naso e annuisce. Prende il microfono in mano.

Guardo i cancelli e vedo che in strada gli arti rosa degli alieni sporgono oltre le sbarre. Sono centuplicati, da quando siamo entrati nel rifugio. Il cuore comincia a battermi forte, ho le lacrime agli occhi. Mi giro di colpo verso Ryan. «Cuscini, prendi dei cuscini»

Lui rientra in stanza e torna con dei cuscini sotto le ascelle. Sentiamo in sottofondo un coro che innalza la propria voce sempre più.

Ci sediamo sui cuscini e faccio si che Sean dia le spalle agli alieni. Ryan mi guarda come se fossi la cura all’epidemia del ’38.

Comincio a cantare. Sean mi guarda per un po’, poi mi segue. Ryan ci osserva, aspetta che la litania sia terminata e prova a cantare con noi quando ricominciamo da capo. Mi costringo a non guardare fuori, a fissare Sean negli occhi, gli prendo una mano. Ryan capisce il ritmo e canta a voce più alta, ma mai quanto la mia. Sbaglio una o due note, sto piangendo. Mi accorgo di colpo che l’inno nazionale si è spento, stiamo cantando solo noi tre.

«Ci hanno registrato, potete smettere» dice a un certo punto Ryan. Ma non smetto. Sto guardando gli alieni ritrarsi, le mani che coprono i fianchi, i punti dove forse hanno le orecchie. Ryan mi scuote e mi dice più volte che è finita, che l’attacco è stato contenuto. Allora allontano il microfono dalla bocca e scoppio a piangere. Perché sento un ronzio nella testa, come se stessi per esplodere. E qualcosa esplose. Sulle nostre teste, un razzo o qualcosa di simile – sicuramente umano – calò sul tetto e distrusse l’edificio.

Eccole, infine, le armi. Le nostre armi usate per ucciderci. Non sento più nulla da quel momento. Mi risveglio in una capsula bianca, con aria a sufficienza, ma con la sensazione di star soffocando. Uno degli alieni rosa mi fissa oltre il vetro e articola qualche parola nella mia lingua.

Mi avevano rapito, come tutti gli altri che abitavano nel rifugio. Ma stavano per rilasciarci. Avevano trovato ciò che volevano. Una pianta. Me la mostra, e la riconobbi come l’Artiglio del Diavolo.

«Dov’è Sean?»grido, appannando il vetro della capsula. L’alieno mi dice che mio fratello sta bene.

«Dovevamo salvare la nostra specie, mi dispiace»dice. «Non volevamo usare la forza.»

Urlo, mi dimeno, ma sempre con meno forza. Pian piano, gli occhi diventano pesanti e mi addormento.

Quando ci svegliamo, il Rifugio è davanti a noi, ridotto a un cumulo di cenere. Ma degli alieni, non c’è più traccia.

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