Salvatore Giannavola – “Il pranzo della domenica”

Mattia Gardini, studente al quarto anno di alberghiero. A scuola ha imparato molte cose: fumare nei bagni senza essere scoperto, manomettere le macchinette degli snacks, leccare il culo ai professori per ottenere buoni voti con il minimo sforzo, ma soprattutto ha imparato a preparare dolci in maniera sopraffina. Questa sua particolarè abilità è ormai assodata da tempo, tutti avrebbero voluto assaggiare le sue “opere”, cosi’ quando c’era una riunione di famiglia, Mattia era obbligato a preparare qualcosa, altrimenti la nonna non gli avrebbe rivolto la parola e soprattutto non gli avrebbe più offerto strette di mano farcite da banconote da venti euro per mesi, particolare da non sottovalutare.

 

Ore 8.30, Domenica mattina, suona la sveglia. “Cazzo, nooooooo!”, Mattia mormora tra il tepore delle lenzuola. Ha ancora i sensi intorpiditi dal sonno, dal freddo, dalle droghe del sabato sera. Tutto per colpa di quel dannatissimo dessert. Pranzo della domenica con annessa parentela, Mattia aveva ricevuto una commissione specifica dalla madre: profitterol(lo aveva ripetuto tre volte con lo sguardo da pazza e l’indice alzato verso il cielo, quasi a voler sfidare gli dei), e dato che ci teneva moltissimo a fare le cose per bene, Mattia non poteva fare altro che alzarsi presto per poter realizzare un buon lavoro che potesse essere pronto per l’ora di pranzo, quando le pacche sulla schiena e gli sguradi stupefatti dei parenti alla vista del dolce, avrebbero cancellato le imprecazioni e le fatiche di una domenica mattina scippata al dio Morfeo.

 

Alta, maestosa, ricoperta da una cascata di cioccolata da cima a fondo, era cosi’ che immaginava la montagna di bignè che si apprestava a realizzare. Prima di iniziare mise insieme gli ingredienti sul piano di lavoro. Farina, uova, panna da montare, burro….non mancava nulla. Appena si reggeva in piedi, aveva sonno, imprecava con puntualità al termine di ogni giro di frullatore. Sapeva che avrebbe dovuto calmarsi altrimenti avrebbe infierito troppo sull’impasto e non sarebbe venuto bene. Decise di pensare ad altro. Pensò agli invitati . Riflettè sul fatto che ognuno dei commensali, compresi i suoi genitori, seppure in misura diversa, presentavano dei buchi neri nel loro passato; voci e supposizioni che Mattia aveva sentito negli anni ma che nessuno gli aveva o forse gli avrebbe mai chiarito. Zio Giovanni sulla cui sessualità aveva più di una volta sentito voci discordanti, Sandra figlia di zio Mauro e zia Lucia il cui dimagrimento stava raggiungendo livelli da terzo mondo; nonna Elvira che non ha mai avuto il coraggio di confessare che Zio Giovanni fosse nato da un altro padre, e poi i miei. Per fare un punto sulla loro situazione non sarebbe bastato il tempo per la preparazione dei profitterol, troppi scheletri, troppe crepe da nascondere. Avrebbe dato un braccio per poter finalmente conoscere i segreti della famiglia Gardini e per rendere interessante l’ennesimo e opaco pranzo della domenica. I profitterol erano pronti, adesso li avrebbe farciti e poi li avrebbe disposti fino a formare una piramide intervallata da fiotti di cioccolata. Poi la svolta, davanti a sè vide tre caraffe dove sarebbe stato servito il vino, o l’acqua. Si precipitò in camera, apri’ la zip della federa del cuscino e tirò fuori una fialetta. Era un allucinogeno non molto potente che gli avevano rifilato la sera prima in centro. Poche gocce per caraffa e un pò di sete avrebbero fatto il loro corso garantendo due ore di comportamenti scellerati e di rivelazioni pirotecniche.

 

Ore 13:00, ci sono tutti, zii cugini e nonna. Siamo seduti. Tra l’incertezza la mamma si alza e recita una preghiera con annesse considerazioni ai poveri “che non se lo possono permettere”. Non ho fame, voglio solo godermi lo spettacolo. Con lo sguardo monitoro le caraffe per scoprire chi per primo attingerà dalla fonte rivelatrice, e shignazzo internamente. La nonna chiede a Zio Antonio di versarle un pò d’acqua. Mi metto comodo e so che tra 5 minuti, l’allucinogeno inizierà a bussare con esistenza alle porte dei super-Io seduti attorno al tavolo, fino a sfondarle completamente. Nel silenzio intervallato dal rumore di posate d’argento e mascelle voraci, irrompe nonna Elvira: “Giovanni, ma quando ti deciderai a presentarci il tuo “amico” Alfiero?”. “Perchè, adesso occore che i coinquilini vengano presentati alle rispettive famiglie?. Alfiero ed io condividiamo l’appartmento, ci dividiamo le spese…”, risponde prontamente Zio Giovanni. Zio Mauro versa del vino nella sua coppa e lo tracanna con il suo consueto savoir fair e con lo stesso tatto decide di intromettersi nella discussione.”Vi dividete le spese, andate al supermercato insieme, avete 45 anni e non avete una donna. Ah dimenticavo il cinema del sabato sera alle ore 22:45 e la domenica passeggiata all’Ikea. La città è grande ma la gente mormora”. Zio Giovanni era diventato rosso paonazzo, non aveva armi a suo favore per rispondere, prese un altro sorso d’acqua. “Che sete biblica che hanno questi oggi!”, penso. “Certo, per uno come te che sta sempre in giro, tra un baretto e l’altro, tra le cosce di una puttana del centro e una sulla tangenziale; è facile inserirsi nei pettegolezzi da provincialotti di quartiere”, Zio Giovanni aveva dimostrato una tempra e una prontezza inaudita, era la pura verità. “Giovanni, per amor di Dio! Onora la Santa Domenica! Moderiamo i termini”, lo riprende la nonna. “Ma senti da che pulpito, la moralizzatrice. Cara mammina, visto che non ne hai mai avuto il coraggio, adesso ci penso io una volta per tutte a informare mio fratello Giovanni del fatto che il caro papà in realtà non aveva nulla a che fare con lui e che di tanto in tanto dovrebbe far visita al caro commendator/ragioniere/dottor Boldrini, prima che tiri le quoia!”. Questa era stata forte, era noto che zio Giovanni non fosse figlio dello stesso padre, ma non si sapeva chi fosse realmente. Colpita e affondata. Ci furono dei minuti di silenzio. Conoscevo a memoria l’effetto di quell’allucinogeno. Capitava spesso che la frote euforia e disinibizione venissero quasi fisiologicamente equilibrati da istanti di riflessione interiore in cui il soggetto, sopraffatto da un andirivieni di pensieri confusi, possa prendere coscienza della propria situazione. In questo caso si possono aprire due scenari: l’euforia, oppure una sensazione di fastidio, vergogna e voglia di ritornare sobri. Zio Mauro si alza e si mitte accanto a Sandra, la figlia. Osserva scrupolosamente le sue mosse, le conta i bocconi. Era da un pò che Sandra combatteva con la sua consueta insalatona, sembrava non finisse mai. Eppure ha qualcosa nel piatto e sta mangiando, ma viene bruscamente interrotta. “Sandra, Sandraaaaaaaaaaaaaaaaa!”, le urla zio Mauro. “ Ma che problemi hai, pà?”, risponde Sandra che sembra l’unica a non aver bevuto. Zio Mauro le toglie il piatto, e lo mostra agli altri commensali, sbraitando: “Vedete, vedete? È vuoto, dico vuotooooooooooo! Sei sempre la solita anoressica del cavolo. Ma non ti vergogni? Almeno la domenica, e che diamine!”. Sandra avrebbe voluto sprofondare e non ritornare mai più. Zia Lucia, visibilmente sotto effetto, è assente. Era da qualche minuto che non faceva altro che fissare le bolle dell’acqua friazzante andare dall’alto verso il basso. Nonappena sente la parola: “anoressica” uscire dalle labbra del marito si squote. Cerca di darsi un tono e li interrompe: “Anoressica? Chi ha detto anoressica?”. “Tuo marito, cara Lucia. Con tanto di ragioni. Finalmente, fosse stato per te la questione sarebbe rimasta insabbiata fino a quando la situazione vi sarebbe sfuggita dalle mani”, aggiunge mia madre con il suo tono tipico da maestrina, e con gli occhi che sembravano quasi uscirle dalle orbite. “Tu? Parli proprio tu? Ma ti guardi allo specchio ogni tanto? Ne hai il coraggio? Come entri in casa dopo esserti fatta per due giorni di fila il tuo capo, nel suo chalet a Cortina, mentre tuo marito se la spassava con la tua migliore amica proprio qui in salotto con il rischio che Mattia potesse beccarli?”, controbbatte la zia Lucia. Guardo negli occhi mio padre e mia madre, i quali anche a causa dell’effetto, iniziano a frignare come due bambini ai quali è stato tolto il loro gioco preferito. Amplificazione delle emozioni, altro particolare che avevo omesso. Mia madre in preda alle lacrime si fionda sui profitterol, riempe i pugni sulla mia piramide dolce e ne scaglia il contenuto contro la zia. Qualcuno sarebbe venuto alle mani o ai coltelli del servizio da dodici, la situazione stava per sfuggirmi dalle mani. Invoco l’aiuto di Sandra, le confesso tutto e sono stupito dal fatto che non mi abbia mandato al diavolo, anzi mi ringrazia per averle fatto passare la mezz’ora più bella della sua vita. Nonostante tutte era stato lo stesso anche per me. Avevo avuto l’occasione di far luce sui punti oscuri del rapporto tra i miei genitori, non li avrei giudicati. Avevo scoperto diversi segreti di famiglia che altrimenti non avrei mai potuto conoscere. Inoltre, ero sicuro che questo scambio di vedute, avesse dato vita ad nuovo tipo di rapporto tra i miei parenti. Ormai, avrebbero giocato a carte scoperte e non avrebbero più fatto ricorsi a inutili bluff. Riguardo a me….Sono un bastardo lo so, risparmiatevi la paternale. “Life is a play and the world is a stage”, che ci posso fare, non l’ho mica detto io. Referto sulle condizioni psicofisiche dei commensali: zio Mauro-profonde lacerazioni al volto causate da oggetto condundente (le unghia di zia Lucia), nonna Elvira-stato confusionale prolungato (anche se potrebbe essere l’alzhaimer), zio Giovanni- contusione alla spalla(tentativo di suicidio con tuffo carpiato dal primo piano), mia madre-ciocche di capelli mancanti( la zia Lucia sa come fare a botte fra donne), mio padre-contusioni multiple causate dal tacco a spillo sobrio di mia madre, zia Lucia- addio french manicure fino al prossimo weekend, almeno.

2 pensieri su “Salvatore Giannavola – “Il pranzo della domenica”

  1. Il dio Orfeo?
    Ma di cosa sta parlando? Da quale immaginaria mitologia salta fuori questo dio?
    E chi sarebbe mai costui, il dio protettore dei circensi?

    Il suo è un racconto quasi illeggibile.
    L’ho trovato strampalato, zeppo di errori, sviste, svarioni e refusi come:
    – “I sagrati della famiglia Gardini”, al posto di “I segreti…”;
    – “Che ste biblica che hanno questi oggi!”, al posto di “sete biblica…”. A proposito, a quale episodio biblico qui si riferisce?
    – “Tuo, marito cara Lucia”, dove la virgola, forse, sarebbe dovuta andare dopo la parola “marito”.
    – “(le unghia di zia Lucia)”, errore che si sarebbe potuto evitare semplicemente aprendo un vocabolario (che ormai non consulta più nessuno).
    – “Chi sarebbe stato presente al pranzo”. Ecco, qui mi voglio dilungare un po’. Mi perdoni, ma ai pranzi non si va per mangiare, desinare, consumare, saziarsi, gustare, assaporare, pasteggiare, spiluccare, eccetera?
    Per lei, un invito a pranzo significa semplicemente “essere presente”?
    Sì, è la prima volta che leggo “chi sarebbe STATO PRESENTE al pranzo”. Ma forse esagero. Questa è una pignoleria, lo riconosco. Mi perdoni.

    Cordiali saluti,
    Ottavio L.

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