Rosario Casaburi – “L’eresia degli autoanticorpi”

La meraviglia e l’inizio

Iga Ueno, Ottobre 1934

-I piedi nudi si muovono veloci sulle foglie gialle e sulla terra umida, l’autunno è arrivato improvviso e meraviglioso come sempre, una luce gialla quasi arancione attraversa i giardini ordinati e simmetrici, ricchi di rocce bianche, di giochi d’acqua e ghiaia saggiamente disposta.

-Il risciò dell’ospedale vola veloce sul selciato e il dottor Hakaru Hashimoto osserva ancora una volta il cappello di paglia agitarsi, nascondendo il corpo asciutto e potente del guidatore che con naturalezza lo conduce all’ultima visita della giornata. Guarda ammirato quell’insieme di carne, ossa, muscoli e tendini lavorare perfettamente.  Quell’incanto di armonia e luce dura soltanto un istante e la sua mente ricade, ancora una volta, in una guerra personale che da anni lo consuma e che solo la gioia passeggera di assistere ad una guarigione ogni tanto riesce a placare.

Era nato in un posto singolare del Giappone, Iga Ueno, qui convivevano da secoli due anime diametralmente opposte, Il monastero della scienza della guerra dove si insegnavano le arti dell’omicidio e della strategia, e la semplice poesia di Matsuo Basho, al quale bastava un semplice haiku (breve poesia di tre righe)  per descrivere la perfetta armonia in cui vivevano l’uomo e la natura in Giappone, solo 200 anni prima.

Quel contrasto l’aveva vissuto direttamente, giorno per giorno; suo padre, un semplice Samurai, sognava di vederlo attraversare vestito di nero le porte del monastero, sua madre, invece insegnava nella piccola scuola di un paese lì vicino la cultura tradizionale giapponese attraverso le parole di Matsuo Basho.

L’erba secca d’estate

è tutto quanto resta

del sogno dei guerrieri.

Ricorda ancora, quelle poche parole trascritte con un inchiostro porpora su di una striscia di tessuto bianca, legata ad una colonna del patio. Parole premonitrici di una vita ancora da venire.

Scelse per il suo futuro, inconsapevolmente, come spesso ci capita, di seguire entrambi i genitori. Sviluppò un sorprendente amore per la natura e per la scienza, che insieme ad un senso di giustizia lo portò ad iscriversi alla facoltà di medicina di Fukuoka.

 

Il giorno del risciò e della peste.

-Il ritmo dei passi rallenta, il risciò si ferma e l’inconfondibile odore del tifo lo raggiunge, sono arrivati. E’ una piccola casa, non ha bisogno di visitare il malato, l’epidemia comincia tra i più poveri ma presto il contagio si diffonderà senza fare eccezioni. Solo un pò di conforto è l’unica medicina che gli è rimasta, saluta i parenti e subito il risciò riparte.

La rabbia e l’impotenza di quell’ultima visita lo fanno ripiombare nei suoi ricordi. E’ il 25 ottobre del 1900, vestito all’europea uno sparuto gruppo di ragazzi aspetta che l’università di Fukuoka inauguri il suo primo giorno di lezioni. Lui si distingue, alto, nervoso, solitario e ambizioso, sa già qual è il suo obbiettivo, vuole dimostrare che i giapponesi e la loro cultura non sono inferiori al resto del mondo, si sente un piccolo samurai, come suo padre, il soldato della medicina che può cambiare il mondo.

Sono trascorsi solo cinquanta anni da quando il Giappone ha deciso sotto le minacce del commodoro Perry, di abbandonare il suo isolamento,  e adesso lui nel 1907 è il primo laureato della facoltà di Fukuoka.

La ricerca è il suo forte, passa ore e ore in laboratorio, molti suoi concittadini sono ammalati di una particolare foma di gozzo, ma le normali cure non recano alcun effetto curativo, scopre che si tratta di una forma particolare di tiroidite e lo dimostra scientificamente nella sua prima pubblicazione.

Si rivede sicuro, in un laboratorio asettico, con il suo camice bianco inserire l’ennesimo vetrino sotto il microscopio, in un attimo l’entusiasmo per la sua prima scoperta sparisce, si trasforma in meraviglia prima ed in paura dopo. Nervosamente controlla i campioni di sangue degli altri 5 pazienti, ha la conferma di non aver sognato. Osserva attraverso le lenti del suo microscopio consumarsi un tradimento, il più grave della storia umana, forse il definitivo, non lo sa.

L’eresia degli autoanticorpi

Onde increspate

e ritmo

del profumo del vento.

Sebbene fossero passati 30 anni, seduto su quel risciò si sente in gabbia, gli sembra di impazzire al pensiero di quell’anticorpo nato per distruggere batteri e virus estranei e che invece sgusciando tra gli spazi intercellulari fagocita cellule sane del suo stesso organismo, è innaturale, come se i samurai, invece di combattere per difendere il loro popolo, lo sterminassero, impossibile sia sul piano scientifico che su quello sociale e per lui a ben guardare non c’è molta differenza.

Ancora una volta ritorna a quel giorno, quando sconvolto dalla scoperta, decide di dedicarsi , anima e corpo a questa ricerca conscio dell’ importanza e del rigore scientifico necessario per poterla svelare al mondo.

L’occasione non tarda a presentarsi e grazie al Professore Kaufmann viene invitato in Germania per continuare i suoi  studi.

“I gradini metallici di un treno, la stazione linda e pulita di Gottingen, la Germania. Sono molte le similitudini tra i giapponesi e i tedeschi, l’ambizione sociale, il mito dell’industria, la ricerca esasperata dell’emancipazione dell’uomo, una meticolosità quasi maniacale e un senso del dovere innato,  ma  la mia tradizione è completamente opposta a quella tedesca, la contemplazione, lo stupore e il rispetto per la natura qui, non esistono.”

Un’altra tappa della sua vita sta per consumarsi indipendentemente dal suo volere, infatti è appena arrivato, che lo scoppio della prima guerra mondiale lo costringe a tornare in Giappone colmo di dubbi e di paure. Non avrà più possibilità di studiare quegli anticorpi impazziti, la guerra si diffonde veloce e negli anni seguenti non gli dà tregua, il Giappone entra in guerra con la Russia e poi con la Cina, e adesso nel 1934, è alle porte della seconda guerra mondiale. La ricerca per lui, resta un sogno irraggiungibile, è costretto in un piccolo ospedale della sua città ad affrontare e ad assistere giorno per giorno una popolazione ormai stremata.

Armonia=Eresia

L’armonia vibra

 l’universo si svela

la mente si schiude.

“Guardo ammirato, ancora una volta, quest’uomo e mi sembra di vedere il suo cuore battere e il sangue fluire attraverso i vasi sanguigni e nutrire i suoi muscoli, poi immancabilmente dal di dentro questa macchina fatta di carne ed ossa si inceppa e si autodistrugge. Una ruota del risciò sbatte su una pietra e giunti sotto il monastero, tutto mi sembra chiaro. Ho vissuto 50 anni di guerre continue, rispettando e onorando giorno per giorno quello che altri hanno voluto e deciso per me, oggi vivo la consapevolezza dell’ingiustizia e dell’inutilità di un’ ennesima guerra, dove il verbo di alcuni vuole trasformarsi nel pensiero unico di tutti. Ciò che per anni mi sembrava eretico, politicamente e socialmente scorretto, adesso ho capito che è giusto.

Fa bene quell’anticorpo a prendere coscienza dell’inutilità di combattere una guerra per un organismo malato, destinato alla morte e preferisce invece, con le sue azioni, abbreviarne la fine.

Il suo fine ultimo, l’armonia, non è cambiato. L’eresia degli autoanticorpi è un necessario meccanismo che difende l’armonia della natura. Su un piano diverso il samurai può, anzi, deve prendere coscienza delle sue azioni e se è necessario trasgredire un comando o decidere di combattere contro il suo stesso esercito”

Avevo fretta, la consapevolezza di aver contratto il tifo e della mia morte imminente mi convinse a scrivere quello che avevo compreso, e anche se non aveva alcun valore scientifico, sicuramente lo aveva per una società malata che non faceva altro che passare da una guerra ad un’altra.

Gli zero Kamikaze e la loro prima missione

Radio Alleati:

-La guerra è finita, oggi 9 gennaio 1943, il Giappone ha firmato la resa. Dopo l’azione clamorosa del suo comandante Hiroyoshi Nishizawa che contravvenendo agli ordini, ha guidato lo stormo di Zero kamikaze contro la sua stessa nave ammiraglia, provocandone l’affondamento. Il Giappone, allo stremo delle sue forze e sconvolto dall’ insubordinazione del suo più famoso pilota ha deciso di capitolare. Il “Diavolo Rosso” prima della sua azione suicida ha fatto recapitare una lettera di ringraziamento alla famiglia del dott. Hoshimoto, padre dell’eresia degli autoanticorpi. Si spegne così l’eco delle voci sul possibile utilizzo da parte degli americani della bomba nucleare per porre fine alla guerra. Sale nell’opinione pubblica occidentale la curiosità sul pensiero del dott. Hoshimoto e sulla sua teoria degli autoanticorpi.

La gente comune, nota appena

il Fiore di castagno

sotto la gronda.

 

Fatti e personaggi sono reali; Matsuo Basho scrittore poeta 1644/94, Hakaru Hoshimoto 1881- 1934 scopritore della “Tiroidede di Hashimoto” è considerato il primo osservatore degli autoanticorpi, Hiroyoshi Nishizawa 1920/43 “the Devil”  il miglior pilota, ha effettivamente comandato la prima azione kamikaze della seconda guerra mondiale ed è morto l’indomani, in circostanze mai del tutto chiarite. Tutto il resto è chiaramente inventato.

 

 

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