Niccolò Mencucci – “Profumo di affare”

 

Profumo di affare

 

Mentre guarda un rotocalco sulla storia e sulla fortuna dei fondatori delle grandi marche e delle grandi imprese industriali che suggellarono il mondo e la storia, Giulio, a diciannove anni, gli balenò in testa il desiderio di diventare, una volta conclusa l’università, un imprenditore, o ancora di più un affarista tale e quale a loro. Sapeva di dover aspettare, non era ancora il momento di intraprendere quel mondo impervo di rischi e di difficili azioni e scelte, per lui ancora incomprensibili; ma non era preoccupato: abitando in una grande città pensava di fare fortuna con la stessa facilità con cui ci sono riusciti i padri di alcuni suoi amici e compagni di scuola: chi industriale, chi proprietario di capannoni, chi a capo di un ufficio; e tutto questo ben prima che nascessero i loro figli.

 

Non era tanto per le auto di lusso che guidavano i suoi amici, o per le ville dove lo ospitavano per festività o per passare insieme le vacanze, o per le risorse economiche di cui potevano disporre per gite fuori porta o estere; era altro che voleva in cuor suo: c’era un desiderio di potere, di autonomia e di trionfo che lo muoveva a dover raggiungere l’apice lavorativo prima di arrivare alla soglia dei quarant’anni, benché il suo sogno punterebbe ad esserlo ben prima dei trent’anni. Non supponeva di avere caratteristiche o abilità innate per il commercio, né da piccolo né ora prossimo all’età adulta, ed era certo che in questa condizione la sua carriera avrebbe avuto più ostacoli; ma sentiva di poter vivere ancora più intensamente la gloria dell’obiettivo raggiunto, che sarebbe divenuto un grande esempio, da libro di storia, di self-made man. E’ per questo che adesso ha più intenzione e più volontà di diventare un affarista; prima s’era iscritto a Economia e Commercio solo per avere una possibilità di poter entrare in un’azienda e di scalare il ramo gerarchico in poco tempo; adesso non ne vuole sapere di essere un servo, e di dover essere controllato, sorvegliato e comandato da un figlio di papà, o un arrivista o un leccapiedi incallito.

Voleva essere qualcuno, e lasciare la sua impronta.

 

Non ce la faceva a perdere tempo e a riflettere più di tanto e, mosso dalla fretta, ebbe l’occasione di trovarsi vicino di banco un altro ragazzo anche lui della sua stessa idea; dopo alcuni giorni la stretta di mano portò alla nascita di un accordo per un affare in ballo: una piccola impresa via internet. Dalle sue conoscenze ha avuto notizie di un grande sviluppo di micro-attività nel web, ed esortato a partecipare a questo boom economico informatico, cominciò a risparmiare soldi e a fare dei lavoretti part-time per permettersi di raggiungere la sua quota, necessaria all’avvio. Iniziò come cameriere in un ristorante vegano, ma dopo un mese di lavoro la paga gli venne drasticamente ridotta per la penuria della clientela, e passò alla cassa di una libreria indipendente, con un aumento delle ore lavorative a causa della concorrenza delle librerie delle case editrici. Chiusa quest’attività, si fece assumere in un call-center di una ditta di depuratori per la casa, con orario fisso e completo, tanto da tralasciare gli studi e dover iscriversi agli appelli straordinari pur di non perdere l’anno.

 

Che fosse difficile lo sapeva, non era questo che gli portò il dubbio che lo stava tormentando: il lavoro era precario da molto prima dell’iniziativa. Ma quello che scoprì da parte dei figli dei suoi “promotori”, solo lì vide come se quello in cui credeva gli apparisse quasi un’illusione. Qualcosa proprio non gli tornava.

Dopo cinque mesi di lavoro, e qualche bevuta con amici e conoscenti, vide passare dalla sua mente discorsi strani: recentemente un suo ex compagno di scuola gli raccontò dei problemi economici di suo padre, che era costretto a dover ridurre il personale al rischio di perdere la sua azienda di ben trent’anni di attività florida; ogni giorno era preoccupato che la banca gli togliesse il fido e aumentasse il mutuo dei nuovi capannoni, con oltre cinquanta lavoratori da mantenere.

Giulio ,ingenuo, gli chiese se questo comportava molto per loro. Ebbe una risposta molto acida: suo padre aveva passato gli ultimi anni a garantire ai suoi familiari il lusso dell’industriale, e allo stesso tempo di mandare avanti una ditta con cui oltre duecento famiglie ci mangiavano; oramai al suo amico la villa o le vacanze all’estero erano segnate, se la crisi del settore peggiorava. Una piccola incrinatura nel suo sogno. Eppure ritenne fosse forse un caso isolato, magari gli altri stavano bene o non erano in così grave difficoltà. Purtroppo non fu così.

 

Anche il padre di un altro suo compagno di scuola, capo ufficio presso un’azienda con diversi contratti all’estero, stava per andare a gambe all’aria, con il crollo delle valute di questi paesi in trattativa e con l’aumento dei prezzi e dell’inflazione. Prima qualche licenziamento con giusta causa, ma da qualche a diversi, da diversi a molti e subito tutti in cassa integrazione; e il disastro è servito. Giulio sapeva che c’era speranza nel Web. Aveva in bocca i nomi dei grandi marchi, sapeva di non fallire, anzi, dove hanno fallito loro, lui non sarebbe caduto in fallo. I suoi amici, pur spiegandoli la situazione, non si fece intimorire; lui aveva questo desiderio e non si faceva cambiare idea tanto facilmente. Le grandi aziende, quelle dove sperava prima della gloria dell’autonomia, continuavano ad andare avanti, se mai non dovesse funzionare con Internet, ci sarebbe stato sempre un posto da loro; che importa se sarebbe stato più opportuno trasferirsi in un paese poco meno civile, così pensava, ma lavorare bene?

 

Erano passati altri due mesi, Giulio era poco cambiato da prima; in lui il voler essere qualcuno se prima lo aveva mosso con uno spirito quasi ideale e innocente, nelle ultime notizie ha cominciato ad abbandonare sempre più la condizione degli altri, pensando che non avrebbe avuto il rischio di cadere, se qualora si fossero presentati, lui avrebbe continuato e avrebbe vinto. Per pensare in grande aveva anche cominciato a leggere i giornali economici, sempre di mala voglia, dato che ogni pagina raffigurava casi di chiusura, fallimento, bancarotta, speculazione e danneggiamento di proprietà altrui per affari illeciti; nulla lo avrebbe toccato. Una delle ultime lo fermò: ogni anno nascono in Internet oltre mille attività, e ne muoiono più dell’ottanta percento. Forse non gli sarebbe capitato, forse avrebbe continuato, forse non era così. Poco dopo ne parlò con un amico, ed ebbe una discussione strana: lui l’ha sempre saputo che Internet partoriva siti destinati a morire in tempi brevi, ma la gloria ha il suo prezzo, ma bisogna accaparrare tutto in tempi brevi, e senza scrupoli. Non gli tornava: allora perché? La gloria di essere qualcuno in poco tempo, e per di più con mezzi spregiudicati? Ma non era prima arrivato a pensare di voler seguire le delocalizzazioni delle grandi marche? Non capiva più.

 

Aveva ancora diciannove anni, ma a breve ne avrebbe avuti venti, e in questi mesi ha capito quanto un oceano quale era l’economia, che pensava di poter solcare e di superare le tempeste, era invece un tripudio di flutti e di scogli acuminati, dove l’errore non è permesso. Quanto era cambiato invece, quanto di lui prima non sapeva cosa potesse essere per un uomo dover assecondare l’economia. Ma non era che un nulla quello che sapeva, era un punta di un iceberg profondissimo, forse ancora più terribile di quello che già vedeva, ma con occhi che solo ora erano poco più aperti. Solo lo studio poteva garantirgli qualcosa. Spera.

Decide di lasciare tutto, per il momento, e di vedere cosa fare al momento più opportuno, e di sognare e di tenere quei sogni nella sua mente e di non vederli nella realtà.

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