Isa Ramago – “Padrona del mondo”

Ricordo tutte le chiacchiere della tv e dei social sulla diffusione del virus. Ricordo la paura, ricordo la febbre, ricordo il sudore, il vomito, i tremori. Ricordo lo sguardo preoccupato di mio padre e i sorrisi tirati di mia madre. Ricordo perfettamente la fatica di trascinare i loro cadaveri, ancora convalescente, giù dalle scale fino a fuori in giardino.

Ho dimenticato invece i giorni immediatamente successivi, sprecati in un terrore accecante.

Probabilmente ho pianto, ho urlato, ho corso a perdifiato. Almeno credo. Sicuramente ho bestemmiato.

 

Ho realizzato di essere padrona del quartiere improvvisamente, una mattina.

Pagavo lo scotto di una dieta a base di cereali, biscotti secchi e gallette di riso. Bevevo poco. Puzzavo come una capra calatafata con sterco di maiale. In casa non c’erano unguenti antiemorroidari né disinfettanti. Gli assorbenti erano finiti. La mia pelle era squamata in più punti.

La farmacia distava un paio di chilometri. Non ero uscita di casa se non per entrare nella villetta dei vicini a cercare dell’acqua. Avevo dovuto uccidere il loro cane, che mi aveva attaccata scambiandomi per un ladro. E anche il piccolo Davide che avevo scambiato per un secondo cane. Ad entrambi una bastonata sul collo. Probabilmente Davide era un “immune”, come me.

La macchina di papà era ancora posteggiata sul vialetto e le chiavi in casa al loro posto. Non avevo mai portato un’auto; uno scooter sì, invece, ma i miei non l’avrebbero mai più saputo. Spinta da forze contrastanti (principalmente prurito e bruciore) provai e riuscii. La farmacia ovviamente era chiusa, ma papà aveva dei bellissimi attrezzi in garage. Da quel giorno piede di porco e piccone sono diventati i miei più fedeli amici, insieme ad una coppia di coltelli da macellaio. Nel quartiere tutto era mio e potevo prendere ciò che mi pareva.

 

Mai avrei pensato di dover ringraziare i miei per avermi costretta a frequentare gli scout. So accendere un fuoco, camminare nei boschi senza perdere l’orientamento, cucinare, cagare all’aria aperta. So riconoscere alcune erbe mediche, le bacche e i funghi commestibili. So scuoiare ed eviscerare un coniglio. Arrangiarmi a dormire dove capita.

So fare economia, so essere parsimoniosa, non spreco nulla. So che tutto quello che oggi non mi serve, domani potrebbe tornarmi utile.

 

Saranno passati almeno tre anni e adesso so dove e quando lavarmi, cosa bere, cosa mangiare. So riconoscere cosa mi fa bene e cosa mi potrebbe far male. Ho imparato a cacciare, principalmente gatti e cani. Ho tanti rifugi e tante case. Ho mille auto che lascio e prendo come e dove mi pare. Ho tantissima voglia di scopare, ma nessuna di frequentare miei simili.

Ho 17 anni, forse già 18, ho perso il conto e non mi interessa saperlo.

 

Quando la solitudine ha finito di scavare buchi verminosi nel mio cuore, ho realizzato che la natura è sempre nel giusto e non bisogna combatterla ma assecondarla. Sono sola ed ho scelto di rimanere sola fino alla fine dei miei giorni.

Per questo uccido tutti gli altri immuni che incontro. Ad oggi sono 107.

 

Nei film sulla fine del mondo la gente litiga per conserve e scatolette, si uccide per acqua, benzina e cibo. In realtà una città grande quanto la mia, con la popolazione ridotta ad una manciata di individui, può offrirti risorse per secoli. Ho imparato a raccogliere benzina da auto e furgoni, tramite quegli aggeggi a soffietto per travasare il vino. Uso il carburante per le auto ma anche per alimentare un generatore elettrico che ho trovato in ferramenta. Non avevo idea di quanta acqua si potesse trovare nei serbatoi delle villette e dei palazzi o nei pozzi delle case di campagna, appena fuori dalla città. Non avevo idea della quantità di cibo.

 

Ho fatto incetta di tende da campeggio al negozio di articoli sportivi e sono andata a piazzarle in posti dove fare scorta di frutti o semplicemente passare qualche giorno: un vigneto, un terreno coltivato ad arance rosse, una macchia di fichi, un meleto. Posso mangiare more o fichi d’india a sazietà per settimane senza spostarmi di cento metri. Posso raccogliere mandorle, noci e pinoli per anni ed anni a venire.

 

Leggo moltissimo, le cose più disparate. Tempo ne ho da vendere. Apprendo tecniche e storie del passato. Conosco luoghi che non potrò mai più vedere. Mi fa molto incazzare il fatto di non essere mai stata a Londra, Parigi o New York.

Per un po’ ho fantasticato un viaggio verso Roma, ma alla fine l’ho trovata un’idea inutile.

Sono qui, sono sola, sono già la padrona della città e voglio diventarlo dell’isola intera.

 

Attirare gli immuni è facile. Basta mettersi un po’ in ghingheri se sono maschi o assumere un atteggiamento infantile se sono femmine. Con i bambini quasi non c’è gusto. Faccio meno fatica che con i cani, per i quali tengo sempre confezioni di bocconcini e croccantini nel bagagliaio. Solo che gli immuni non li mangio, non sono una bestia.

 

I primi tempi la cosa peggiore era l’odore della putrefazione. Era dappertutto: ospedali e cliniche erano inavvicinabili, alcuni lo sono tutt’ora. La città era un orrore, strade vuote ma tanfo ovunque. In campagna la puzza era meno forte e ci ho vissuto bene per un bel po’. Lì ho realizzato che non dovevo più voler bene a nessuno, che non volevo più vedere morire persone che amavo. Che il mio odio per gli immuni era giusto e sano.

 

I centri commerciali sono rimasti puliti. Nessun infetto ha passato gli ultimi istanti di vita al lavoro o a far compere. Disabitati, pieni di roba scintillante ed inutile, di cibo in scatola. Perfette trappole per allocchi. L’ultimo che ho fatto fuori veniva da abbastanza lontano. Mi ha raccontato di un gruppo che si era raccolto dall’altro lato dell’isola, circa 40 individui. Per fortuna in città conosco più di un’armeria.

 

Trovarli non è stato difficile. Ho portato con me parecchi doni: frutta fresca, libri, sorrisi, un bel paio di tette, benzina e il mio generatore elettrico. E un quintale di piombo. Sono stata accolta a braccia spalancate e cervella sparse sul pavimento.

Ci ho messo due giorni interi a ripulire e a portare via i corpi. Ho lasciate intatte le scorte di cibo e tutto il resto, potranno tornarmi utili in futuro.

 

Nella primavera quasi perenne che bacia quest’isola, ho girato in lungo e in largo, fermandomi a vistare luoghi per giorni o settimane senza incontrare nessuno che sia rimasto vivo dopo il mio passaggio. La natura fa presto a riprendersi ciò che le viene tolto, e animali e vegetazione, ma anche sorgenti e  spiagge, sembrano diventare più belli, folti, puliti, numerosi, rigogliosi, impetuosi, vivi ogni minuto che passa.

 

Non so in quanti siano sopravvissuti al di fuori di quest’isola, nel resto del mondo. So per certo che non ho captato alcun segnale televisivo, radio, o sulla rete fin dai giorni della pandemia. Da quanto ho potuto vedere gli immuni sono tutti individui molto giovani. E noi ragazzi conosciamo ogni segreto della tecnologia tranne come si fa a ripararla.

Sono sempre da sola, sempre a caccia, per restare la sola.

Sogno spesso di essere l’ultima donna della terra e di rimanerlo per sempre. Di essere padrona del mondo.

 

Poi alcune settimane fa è successo. Due brufolosi sopravvissuti mi hanno presa nel sonno. Presa in tutti i sensi. Malgrado fossero davvero miseri in dimensioni e abilità, dopo la prima mezz’ora di rabbia e resistenza ho deciso di godermela. Per un paio di giorni, ora più ora meno. E’ stato strano, non so dire se davvero piacevole. Almeno finché non li ho uccisi e ho strappato via i loro cuori. E bruciato i loro cadaveri. E dato in pasto i loro resti ai cani. E ucciso i cani per poi mangiarli. E disegnato tribali sulla mia pelle con il loro sangue e quello dei cani. E urlato fino a perdere la voce.

 

Mi è già saltato un ciclo. E’ molto probabile che io sia incinta. Volevo rimanere l’unico essere umano su quest’isola ma probabilmente non sarà possibile. La natura sembra avere altri progetti per me. Continuerò la mia missione come se non fosse successo nulla. Poi  partorirò e, se sopravviveremo, ed io sono fortemente determinata a farlo, mi prenderò cura del mio successore. A patto che non rompa troppo i coglioni. Ad oggi non so ancora che gusto abbia la carne di bambino e –si sa- la curiosità è pur sempre femmina.

 

 

 

 

 

 

 

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