Ida D’Antò – “Indossata come un calzino sporco”

Il tempo rotola sulla mia pelle lasciando piccoli solchi del suo passaggio. Seduta sul marciapiede guardo gli aloni circolari dei fari che sfrecciano nel buio. Lontano sento lo stridio di una cicala che come me canta senza pensare al domani. Il profumo muschiato degli alberi e dei campi entra nel mio corpo, in ogni poro della mia pelle.

Mi avvicino alla strada carponi, attenta che nessuno mi veda. Le auto schizzano tanto veloci da sembrare stelle cadenti a quattro ruote. Mi distendo supina al limite dell’aria di sosta e avvicino l’orecchio all’asfalto umido.  Sento ognuno di loro. Tutti quelli che corrono, si illudono, lavorano, aiutano, parlano al telefono o battono la strada in cerca d’amore. Sento i loro cuori pompare sangue e ricacciarlo nelle vene ad ogni respiro dei polmoni. Li sento cadere, vacillare, gridare, scopare, ciarlare, amare, odiare.
Tutto rimbalza come per conduzione nel mio minuscolo corpo. Come se la forza di gravità trattenesse a terra anche un eco del nostro essere. Adesso tutte quelle anime mi viaggiano dentro come dei piccoli vortici, al buio non mi devono aver distinto dall’asfalto.
Rotolo a pancia in su, il cielo notturno sconvolge i miei occhi. Sembra una splendida donna vestita con miliardi di diamanti, una di quelle dagli occhi impenetrabili che riesce ad avere decine di amanti diversi senza essere mai scoperta. Le sorrido arresa al suo fascino.
La luna è alta nel cielo. Le foglie degli alberi le fanno il solletico, ne sembra divertita. Un’auto si ferma a pochi metri da me, un cliente. Lampeggia impaziente, odio quando fanno così. Mi alzo e cammino ancheggiando verso di lui. La sua faccia è nascosta per metà dal buio. Appoggio i gomiti sul finestrino.
-Sali- dice accendendosi una sigaretta.
Preferisco di gran lunga quelli di poche parole, non mi costringono a fingere che me ne freghi qualcosa dei loro sudici corpi. Faccio scattare la serratura, ubbidendogli. L’abitacolo è pieno di cartacce e buste di fastfood, riparte lento.
Non riesco ancora a vedergli la faccia, scommetto che neanche lui vede la mia. Due fantasmi senza testa. La strada di fronte a noi è buia, ogni metro una scommessa contro il baratro. Accende di nuovo gli abbaglianti e l’asfalto pare deriderlo per la loro fioca luminosità. Le orecchie mi si otturano per la pressione dell’aria.
Leccandosi l’indice e il pollice spegne la sua sigaretta spiegazzata tra le dita. Guardo la sua bocca disegnare le ultime figure nodose nell’aria. Il mondo si riflette nell’espressione buia dei nostri visi. Quando accosta e si gira verso di me, entrambi ci rendiamo conto del male di cui sono dominate le persone. Un male immodificabile. In un simile contesto occorre recitare la parte che si ha avuta in sorte.
Io la puttana.
Lui il cliente.
Ferma la macchina, scende e si inoltra nel bosco. Io lo seguo noncurante della mia anima, noncurante dei preti e dei professori che affollano il nostro pianeta imbrattando l’aria con le loro opinioni stantie.
Gli tiro giù la zip, mettendogli una mano nel portafogli. Lui spinge la mia testa verso il basso, mi inginocchio abbassandogli  le mutande. Sistemo due ventoni fra le tette e guardo la sua piccola appendice penzolare di fronte al mio viso.
L’erba alta parla sottovoce al vento. E’ un segreto. Un loro segreto. Gli alberi non te lo diranno mai, nemmeno le brughiere si faranno sfuggire una parola. Sono degl’assi a mantenere i segreti, non come le case in cui un picchiettio alla porta rimbomba su per ogni muro fino in soffitta.
Chiudo gli occhi.
Vedo una ragazza dalla coda ben annodata e un cappotto rosa pallido aprire la porta d’ingresso di una vecchia casa in campagna. I piccoli tacchi delle sue scarpette nere lucide si posano con timore per non offendere il pesante silenzio. Nei suoi occhi il riflesso di tutte quelle foto in bianco e nero incorniciate d’oro. Visi seri. Sorrisi opachi.
– C’è nessuno? – Le sue mani si attorcigliano tra loro, il collo all’erta muove la testa a destra e a sinistra.
I piccoli tacchi delle sue scarpette nere lucide la spingono a salire la scala di legno stando bene attenti a non produrre il minimo suono.  Le sembra quasi che le sue spalle basse stessero cercando di ingobbirla sempre più, come se la forza di gravità divenisse più forte ad ogni gradino.
Una delle porte di legno blu è socchiusa. Le sue sopracciglia dritte le si avvicinano lente.
“Questo legno ha l’odore delle montagne” pensa. Scivola tra lo spazio vuoto senza spostare la porta.
Guarda di fronte a se.
Guarda sulla destra il letto di fianco al muro.
Guarda il corpo livido coricato di lato con i polsi legati dietro la schiena. Lo guarda mentre immobile si specchia in una grossa macchia di sangue, proiettata sul muro di fronte. Sembra un fiore dai lunghi petali profumati.
Guarda il cuscino, con l’alone di rosso a sorreggere l’ombra della testa, le coperte scomposte ancora tiepide, la lampada accesa, il libro aperto sul comodino. Scoppia a piangere portandosi una mano alla bocca. Avrebbero dovuto partire il giorno dopo, lui l’avrebbe sposata dopo qualche anno, avrebbero creato una famiglia, sarebbero andati in chiesa tutte le domeniche, lui avrebbe lavorato, lei gli avrebbe fatto trovare il pranzo pronto e la casa linda e pinta, lui sarebbe andato a golf, lei avrebbe sgravato tre figli, avrebbero litigato ogni tanto solo per il piacere di fare pace, lui non l’avrebbe mai tradita, lei non avrebbe mai pensato ad un altro, sarebbero morti insieme davanti ad un camino, d’inverno, stringendosi le mani.
Infine le foto in bianco e nero le sorridono opache, per l’ultima volta, prima che il tramonto scompaia dietro la brughiera silenziosa calpestato dai piccoli tacchi delle sue scarpe nere lucide, in fuga.
Ingoio.
Tiro la testa all’indietro.
Lui si alza la zip e fa dietro front verso la strada. Mi asciugo la bocca con la mano sinistra mentre arranco dietro la figura dell’uomo senza testa. Risaliamo in macchina e mi riporta indietro al mio marciapiede. Non ci salutiamo, appena chiudo la portiera dietro le mie spalle lui riparte a tutta birra. Forse è in ritardo, la moglie si starà chiedendo quando ritornerà dal bar. Vado tra gli alberi dove se ne sta la mio ferro vecchio, voglio andare a casa.
Appena torno tra le mura fetide del mio piccolo tugurio in periferia mi chiudo nel bagno. La porcellana fresca del cesso disegna una mezzaluna sul mio culo. Fuori ha cominciato a piovere, tendo la pelle dell’occhio destro fino a vederne il rosso gelatinoso che lo sorregge. Quella ragazza dalla coda ben annodata e le scarpe nere lucide non riesco più a trovarla nello specchio. E l’ho cercata.
Assistere a qualcosa di brutale ti fa cambiare occhi, ti fa guardare più lontano. Il concetto di normalità si disgrega e si rivela per quello che è. Un inganno.
E noi poveri stronzi che ci avevamo costruito intorno tutta la nostra vita, il nostro essere.
Noi che abbiamo aperto gli occhi in un mondo già distrutto. Noi che abbiamo pianto per la prima volta da esseri umani e poi cresciuti ci siamo ritrovati con gli occhi vitrei pieni di lacrime di coccodrillo. Comodi sui divani, al caldo tra le coperte, a tavola con le pance piene. Noi che giriamo portando a spasso la nostra ipocrisia nei supermercati, al mare, nelle discoteche, nei musei, nelle chiese. Noi che viviamo tra cemento e scatole di cibo precotto. Noi che siamo partecipi del nulla e responsabili del vuoto. Noi nessuno. Quelli che non hanno combattuto, quelli che non hanno creato, quelli che non hanno distrutto.
Siamo la generazione del nulla. Quelli che non hanno scelto.
E allora vedi la follia, la vedi ovunque. Ti gira la testa, non sai che fare.  Poi ti rendi conto che non cambierà questo tuo stare al mondo distrattamente. E decidi di stare al gioco. Di perderti. Di farti indossare come un calzino sporco.
Spengo la luce, dei lampi mi illuminano le dita dei piedi. Il gorgoglio dello scarico continua a lagnarsi in silenzio. Il mio cuore trema spaventato dal buio, come ogni volta. Si rigira nella sua gabbia d’ossa in cerca di una posizione confortevole, senza riuscire a trovarla.
Mi pare di sentire il suono di piccoli talloni lasciare aloni sul marmo gelido. Le nuvole invisibili della notte lanciano un grido che spezza lo stomaco in due. Mi tuffo tra le coperte, la pelle tiepida le riscalda ad ogni respiro del petto. Lascio il mio corpo martoriato tra le pieghe del tessuto.
Di nuovo un lampo di luce, bianco come il latte dirada la nebbia nera dei miei occhi. Vedo per un attimo una mosca rigurgitare saliva e spargersela sulle zampe anteriori.

11 pensieri su “Ida D’Antò – “Indossata come un calzino sporco”

  1. Il racconto ha una bell’esordio incastonato nella frase d’apertura: “Il tempo rotola sulla mia pelle lasciando piccoli solchi del suo passaggio.” Cosicché, le immagini e la situazione che l’autrice lentamente va costruendo intorno alla protagonista, sembrano promettere davvero bene. Ed ecco un altro esempio: “Mi avvicino alla strada carponi, attenta che nessuno mi veda. Le auto schizzano tanto veloci da sembrare stelle cadenti a quattro ruote.”

    Ma poi, purtroppo, basta giungere appena alla metà della storia, per assistere allo sfilacciamento della tensione narrativa e a una caduta della resa poetica – chiamiamola così! – iniziali. L’autrice perde il controllo e vacilla, tenta di rialzarsi ma cade nuovamente. E allora, si incontrano periodi come questi:
    “Lui si alza la zip e fa DIETRO front verso la strada. Mi asciugo la bocca con la mano sinistra mentre arranco DIETRO la figura dell’uomo senza testa. Risaliamo in macchina e mi riporta INDIETRO al mio marciapiede”; “Poi ti rendi conto che non cambierà questo tuo STARE al mondo distrattamente. E decidi di STARE al gioco”, in cui le involontarie e incontrollate ripetizioni di parole (DIETRO, STARE) rendono fastidiosa la lettura e stucchevole il risultato.

    Oppure un periodo come questo: “Vado tra gli alberi dove se ne sta LA MIO ferro vecchio, voglio andare a casa”, in cui l’abbagliamento subìto dalla scrittrice, non le rende più possibile concordare il genere dell’articolo con quello dell’aggettivo possessivo.
    Per non parlare della solfa condita dai soliti luoghi comuni che ella ci propone quando parla del “concetto di normalità” su cui, peraltro, indugia e si dilunga per un bel po’: “Il concetto di normalità si disgrega e si rivela per quello che è. Un inganno. E noi poveri stronzi che ci avevamo costruito intorno tutta la nostra vita, il nostro essere […]”.

    Insomma, come dicevamo, l’inizio del racconto aveva fatto credere di poter leggere qualcosa di diverso o di almeno più decente rispetto alla qualità media dei racconti qui proposti e invece, delusi, abbiamo dovuto ricrederci.
    Soltanto i due periodi conclusivi fanno riapparire il tono e il progetto di una bella scrittura, ma ormai è troppo tardi. Sarà per la prossima volta:
    “Di nuovo un lampo di luce, bianco come il latte dirada la nebbia nera dei miei occhi. Vedo per un attimo una mosca rigurgitare saliva e spargersela sulle zampe anteriori.”

    Cordiali saluti,
    Ottavio L.

    • Innanzitutto la ringrazio per la sua critica.
      Si ha ragione, sarà per la prossima volta. Nel frattempo però continuerò a scrivere. In ogni caso sono ben cosciente dei miei errori di distrazione e farò tesoro di questa esperienza. Questo era il mio primo concorso e il racconto l’ho scritto di getto senza costruirlo per bene, mea culpa.
      Beh, sono felice che almeno una parte della storia le sia piaciuta Signor Ottavio L.

      Cordiali saluti a lei.
      Buona giornata.

  2. Non mi piace dilungarmi in faticose e noiosissime analisi del racconto, né tanto meno sottolineare errori di battitura naturali quando si scrive a macchina. A mio avviso la cosa più importante che deve suscitare il racconto è l’immedesimazione, la proiezione nel personaggio e il coinvolgimento.
    L’ambito descrittivo di questo racconto è a dir poco spettacolare: dettagli su dettagli che si intersecano tra loro e rendono il racconto fruibile e coinvolgente. Le descrizioni sono molto ricche e questo è un gran bel punto di vantaggio a favore di Ida, soprattutto perché far lavorare l’immaginazione nelle descrizioni è cosa abbastanza rischiosa e allo stesso tempo, se ben fatta, appagante.
    L’unico appunto che le faccio da “profano” della scrittura in prosa è il tema del racconto: a mio avviso “la generazione del nulla” deve oggi modificare il suo essere un po’ “bastonata e decadente”. Deve cercare di scrollarsi da dosso il “vedere tutto nero” per abbracciare un nuovo modo di porsi alle cose e alle situazioni; e il racconto di Ida è una delle facce di questo “cubo nero” che martella questa generazione “che non ha scelto” di cui anch’io faccio parte. Si avverte il lato cupo di una gioventù che non riesce a reagire e non riesce “a farcela”.
    Insomma, ciò che penso è che c’è bisogno di parlare di gente che ce l’ha fatta, di stimolare e motivare con nuovi temi e nuovi racconti perché, come la storia insegna, la scrittura (ma l’arte in generale), prima di essere autocommiserazione decadente, è sempre stata spinta all’innovazione e al cambiamento.

    • Dal punto di vista di una prostituta però mi sembrava innaturale una prospettiva positiva della propria situazione. Probabilmente non credo che possa sentirsi una persona che c’è l’ha fatta o che è arrivata. Forse può’ arrivare saltuariamente, se è davvero molto fortunata. Potrebbe godersi il proprio lavoro nel modo più letterale possibile. Ma divago.
      In ogni caso il mondo non è rosa e fiori e sotto la tua scarpa non c’è la promessa di un futuro migliore, quella è solo merda e adesso sta a te toglierla, lavarla via. Sai che schifo. La mia non è autocommiserazione decadente e mi dispiace se è parsa sotto queste vesti. A volte sai raccontando quelle realtà un po’ più ai margini, quelle che se ne stanno tra la coda dell’occhio e la nostra morale, si può creare un cambiamento una spinta all’innovazione.
      Ma è solo la mia opinione.
      In ogni caso ti ringrazio Cris per il sostegno!

      • (ce* l’ha fatta) Il correttore automatico gioca brutti scherzi, non vorrei che il Signor Ottavio L. affili ancora la sua prosa aguzza contro la mia tenera carne!

  3. Gentile Ida,
    non volevo entrare ancora nella discussione che ruota intorno al suo racconto, tantomeno nel merito delle risposte che il mio intervento ha suscitato e provocato.
    Tuttavia mi si chiama in causa e allora qualche altra parola, a definitiva conclusione, voglio dirla.

    Forse le sarò sembrato pedante, supponente o troppo esigente. Magari è vero, lo sono.
    Però, se avrà intenzione di continuare a scrivere (e lo spero per lei, perché nel confuso marasma dei racconti qui pubblicati, almeno il suo sembra essere stato scritto con intelligenza e con un pizzico di ricercatezza), se vorrà insistere con questa dannosa malattia della scrittura, dicevo, speri sempre di imbattersi in persone che, non risparmiandole critiche, la dispenseranno invece dai consigli.

    Prima di farmi coinvolgere da quello che c’è “dentro e dietro” il testo (i cosiddetti “significati”), io dedico la mia attenzione prima di tutto ai “significanti”. Adesso non è il caso di scendere nei dettagli, ma le dico che di un libro spesso mi cattura persino la sua impaginazione, la cura che l’autore, e poi l’editore, dedicano alla sistemazione dei caratteri nella pagina. L’estetica della scrittura (o del testo), per esempio, è qualcosa di cui mai nessuno parla. (Ma Roland Barthes ne sapeva qualcosa).

    Adesso capisce perché, quando ho letto e le poi ho segnalato quelle “incertezze” contenute nel suo brano, il mio sviluppato senso estetico (perdoni la presunzione) si è sentito colpito e mortificato. Quindi, ha reagito.

    Ora, come leggo qui, a qualcuno l’analisi del racconto risulta “faticosa” e “noiosissima”. È vero, probabilmente lo è. Ma lo è soltanto per chi non possiede gli strumenti per condurla a termine e preferisce dispensare modesti consigli che però, con i suoi continui DEVE, assumono il tono di un imperativo.

    Mi stia bene e in bocca al lupo. Per tutto.

    Ottavio L.

      • Voi non potete voler nulla. (Anche se ammetto che è una bella provocazione).
        Io commento soltanto quello che m’incuriosisce, a volte anche soltanto un titolo, un incipit, il nome dell’autore, la quantità di battute per rigo, l’allineamento delle parole nella pagina…

        Scrivete qualcosa di vostro pungo e vedremo se sarete così bravi da destare il mio interesse e meritare un mio commento.

        Cordiali saluti,
        Ottavio L.

    • “se vorrà insistere con questa dannosa malattia della scrittura, dicevo, speri sempre di imbattersi in persone che, non risparmiandole critiche, la dispenseranno invece dai consigli”
      Con questa frase lei ha riassunto con magistrale sintesi ciò che ho appreso da questa mia prima esperienza con il mondo dei concorsi letterari. Le assicuro che ho apprezzato tanto il suo intervento di critica e sono su ogni punto da lei descritto d’accordo. Infatti rileggendo la mia storia (dopo alcune settimane su questo sito) non le nascondo che mi sono vergognata e un po’ arrabbiata con me stessa di quegli errori che lei poi mi ha fatto notare (compreso lo stralcio in cui parlo della “normalità” che ho trovato come lei scontato). Uno scrittore di cui non ricordo adesso il nome disse che se c’è qualsiasi parte del racconto di cui si può fare a meno, allora significa che è da eliminare.
      Inoltre per concludere, la scrittura come qualsiasi forma d’arte ha bisogno di essere sorretta da una tecnica che sia solida, i significanti dunque sono le fondamenta dei significati. Non è pedantismo ne sono consapevole.
      La ringrazio ancora per il suo intervento.

      Buona giornata.

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