Giuseppina Zupi – “Il quarto stato”

 

La situazione era vagamente riconducibile al suggestivo dipinto  “Il quarto Stato” di Giuseppe Pellizza dei primi del ‘900, come visione d’insieme. Altre e diverse le coordinate spazio-tempo.

La moltitudine era oceanica, sconfinata ed avvolta da nebbia rarefatta  che rendeva ardua l’identificazione dei particolari ma consentiva la percezione degli eventi.

La massa   immane e  multiforme avanzava, con incedere lento, costante e inarrestabile, come movimentata da automatismo fuori controllo, in un luogo fuori  da ogni contesto, in un tempo senza tempo.

Non  si vedeva  ma  si intuiva  che  ogni singolo individuo,  giovane, vecchio, uomo, donna portava con se una bisaccia, grande, grandissima, piccola, media. La dimensione del carico non era significativa: a volte le bisacce piccole sembravano pesare più delle grandi.

Dinanzi alla folla smisurata era collocata uno strumento per la pesatura, costituito da una stadera immensa composta da una leva a bracci diseguali, ai quali erano agganciati i piatti, per la valutazione, con  un fulcro fisso.

La stadera pareva allontanarsi man mano che la folla avanzava, la moltitudine sembrava non raggiungerla mai ma così non era.

Tale strumento era predisposto e necessario per pesare e valutare ogni bisaccia, secondo parametri ed unità di misura non riconducibili a leggi fisiche ma sconosciuti e misteriosi.

Ogni individuo,  particella infinitesimale dell’intero, poggiava sul piatto della bilancia il proprio carico. Taluni si separavano dalla bisaccia quasi con rammarico, la deponevano con massima cura, come fosse un forziere, un prezioso scrigno che racchiudesse, contenendoli e proteggendoli, inestimabili tesori. Altri quasi la gettavano con ansia liberatoria come fosse un contenitore di pene non più sostenibili, girando il volto in segno di negazione e cancellazione.

Il piatto della stadera a volte scendeva a dismisura, a volte rimaneva quasi immobile, in  posizione  di  equilibrio, a  prescindere  dalla  grandezza della bisaccia. Nessuno era in grado di formulare valutazioni di peso e contenuto.

Ogni essere,  pur non avendo alcuna direttiva, sapeva intrinsecamente ed era consapevole di dover affrontare una scelta.

Poteva proseguire il percorso con il suo carico per arricchirlo ed incrementarlo. Non era dato sapere con quali modalità e con quali prove dovesse cimentarsi e non era dato conoscere  il termine della  pesatura successiva,  si potevano ipotizzare secoli, anni luce: la misura  tempo non era contemplata. Viceversa poteva liberarsene definitivamente e la valutazione, non più suscettibile di modifiche, sarebbe divenuta tombale.

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Gli individui che avevano scelto di continuare il cammino con il carico, avanzavano lungo una  sterminata pianura, priva di confini, limiti e coordinate.

Coloro che avevano scelto di sgravarsi del peso, proseguivano il percorso lungo un monte ripidissimo scosceso e accidentato, arrancando stremati, senza scorgere la vetta.

Non era valutabile la bontà della scelta intrinseca effettuata, sicuramente l’una non era migliore ne peggiore dell’altra. Entrambe costituivano tortuosi itinerari di pena ed espiazione di colpe remote ed arcaiche.

Ogni individuo singolarmente, particella infinitesimale della smisurata moltitudine,  aveva  innata la consapevolezza di aver commesso o ereditato grave colpa, crimine o delitto nefando,  velati da un salvifico oblio stratificato e di cui non aveva alcuna memoria, alcun ricordo che lo avrebbe annichilito e annientato, impedendone la purificazione. Pativa, tuttavia,  un  gravoso peso inconscio e interiore non descrivibile  ma tale da rendere l’incedere più arduo e faticoso del peso stesso della bisaccia.

Il fine ultimo e la meta del percorso, misteriosi e sconosciuti, erano parte e fulcro degli arcani misteri che racchiudono l’universo.

La nebbia calava inarrestabile e, sempre più fitta, tutto inglobava.

Si percepiva, ormai, solo un’immensa bolla opaca.

 

 

 

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