Giulio Foderà – “Eccitazione”

Lavoro e democrazia. Un bel ritornello. Davvero un bel binomio, colpisce. Lavoro e democrazia. Sì, davvero otto sillabe perfette: scivolano tra le labbra come una dolce melodia. Lavoro e democrazia. Lavoro. Democrazia. Chissà poi cosa vorranno dire queste due belle paroline?

La sfida di questi giorni, questa crisi (come la definiscono nei talkshow alla televisione), questa mancanza di certezze, di solide basi, di lavoro, di democrazia: tutto questo mi eccita, terribilmente. Mi sento come una di quelle gazzelle allerta, che sanno benissimo che il ghepardo stia lì da qualche parte fra gli arbusti e la sterpaglia e aspetti solo un nostro attimo di distrazione, solo quell’istante. E sto qui, con la testa china, a brucare dell’erba secca su di una rupe nella savana, sapendo con esattezza scientifica, che lui, il ghepardo, è lì, a 150, 200 metri, pronto a scattare rapidissimo, a correre qualche istante, a ghermire la sua preda (me, mia madre, mio fratello minore, o quella vecchia antilope laggiù) e a sfamarsi anche oggi. Sono qui, bruco l’erba, aspetto, non posso farci niente.

“Immobilismo”, “paura” direte. Io dico “eccitazione”.

Faccio un altro esempio. Una donna, legata e appesa al muro come un prosciutto che stagiona, in bocca una pallina di plastica che le impedisce di parlare, le mani dietro la schiena, i piedi uniti, in tensione, ondeggia lentamente a mezz’aria. Volgarmente nuda, con i seni turgidi, il sesso caldo e bagnato. Attende il suo uomo, poco più in là. Lo attende sola, tremebonda, umiliata.

Voi starete pensando “sottomissione”, “rabbia”, “violenza”, “stupro”. Io penso “eccitazione”.

Lavoro, democrazia, lavoro, democrazia, lavoro, democrazia … eccitazione. Non sono pazzo, o forse sì, chissà. Queste parole, però, mi frullano in testa da qualche tempo, senza sosta, in continuazione. Inizialmente pensavo: “cazzo, dobbiamo fare qualcosa, risollevare l’Italia. Stiamo fallendo, interveniamo. Più lavoro alle giovani generazioni, più certezze. Abbasso la casta. Abbasso il neocapitalismo, la finanza”. Adesso penso: “eccitazione”.

Non trovate il nesso, continuate a pensare che sia pazzo. Forse sì, chissà.

Intanto cammino per la strada. Vedo gente, ragazzi, disoccupati. Un mio amico ha perso il lavoro da poco. Niente d’importante. Faceva il centralinista per un’azienda di telecomunicazioni. Lo pagavano una miseria. Con quei soldi lui si pagava le tasse universitarie, i libri, le serate con gli amici, qualche birra. Adesso non lavora più. Ventitré anni. Studia. Che poi non fa nemmeno chissà quale sforzo. È iscritto da quattr’anni a uno di quei corsi di laurea che non portano a nulla, tipo filosofia o scienze per la comunicazione. Un fallito, insomma. La mattina un paio di lezioni, poi studiacchia svogliatamente, una pizza, quattro salti alla disco con gli amici ed un paio di birre. No, adesso, niente birre e niente disco, perché ha perso il lavoro. Con l’università non sa se continuare o lasciar perdere. Vive da sua madre.

Conoscevo anche una ragazza che studiava matematica, povera pazza. Si rompeva il culo dietro a quei numeri. Voleva fare la professoressa. Ci pensate? Professoressa di matematica. Che ambizione! Dico, va bene, ti piacciono i numeri, vuoi fare l’insegnate, ma Cristo non vedi che hanno tagliato le cattedre e che quelli che ne hanno una, se la tengono stretta e non si schiodano da lì? Si chiamava Marzia, ottimi voti, bella testa. Si è ammazzata con i barbiturici. Era carina.

C’è Paolo, l’infermiere. Tutti gli dicono che è fortunato ad aver trovato un lavoro di questi tempi. Si è laureato due anni fa in scienze infermieristiche e il mese scorso è entrato in una clinica privata. Lo pagano la metà dei suoi colleghi che lavorano nel pubblico con un contratto nazionale, fa il doppio delle ore e non gli pagano i contributi. Ovviamente tutto in nero. Per lui non esistono sindacati, proteste, manifestazioni. Un giorno ha chiesto un aumento. Gli hanno risposto “ci sono tanti che farebbero qualsiasi cosa per lavorare al suo posto, stringa i denti, non si lamenti, è fortunato”. E lui stringe i denti, non si lamenta. È fortunato.

Poi c’è quel ragazzo che vuol cambiare il mondo con le parole. Organizza manifestazioni pacifiche, scrive, pubblica a sue spese con i suoi amici un giornalino non autorizzato, esprime le sue idee. Vuole libertà, lavoro, democrazia. Urla, s’incazza, scrive. Nessuno sembra ascoltarlo, se non i quattro amici suoi.

Alla fine ci sono io. Ventisei anni, laureato in economia, lavoro in banca. Sono in piazza con una spranga in mano, in mezzo al caos, gente che grida, la polizia che batte i manganelli contro gli scudi di plexiglass, c’è chi tira pietre. Sono in piazza di fronte alla vetrina di una banca, con la mia spranga di ferro in mano e sto spaccando tutto. Penso “lavoro”, “democrazia”. Penso “eccitazione”. Non voglio giustificarmi, né cercare il vostro perdono. Non voglio che mi capiate, ma non chiederò scusa.

 

Giulio Foderà

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