Giovanni Mazzavillani – “Biglietto, prego”

 

Era un’assolta mattina infrasettimanale, faceva caldo. Vanni pedalava felice verso il centro della sua città, verso la piazza principale. Aveva un appuntamento importante. Doveva recarsi all’ufficio del vicesindaco, nel cuore del merlato palazzo comunale. Non era tanto eccitato, però nel profondo sperava nel famoso “calcio in culo”, si dai nella raccomandazione.

Aveva incontrato il perenne fasciato tricolore Manfredi al matrimonio di sua sorella, dove si era esibito in un comizio parentale, della serie ci penso io a Vanni, voi cari parenti preoccupatevi solo dei voti. Era una amico di famiglia, fu anche amico del padre, fu detto ad alta voce. Forse, proprio per quello, quando venne a sapere che il giovane Vanni aveva anche da poco conseguito una laurea artistica, nonostante al momento facesse vino in una cantina della campagna cittadina, iniziò il suo elogio.

-Ma questo è Vanni!- esclamò Manfredi a voce alta, allargando le mani.

Insomma per farla breve si dimostrò molto interessato al suo futuro e gli propose un colloquio per piazzarlo all’interno di un museo nascente nel centro città. Vanni ci pensò su meno di un secondo e accettò. Ragionava come tutti, in un paese dove le conoscenze e le raccomandazioni erano le vere chiavi d’accesso al mondo lavorativo.

-Ok Manfredi, allora chiamerò per l’appuntamento, grazie- e si strinsero la mano.

Il parentado era in estasi, l’aggancio, il futuro spianato, il posto sicuro, tutto andava a gonfie vele.

 

Era in anticipo di una decina di minuti, legò la bici ad un palo della piazza ed entrò in un Sali e tabacchi. Mentre si avvicinava al bancone una signora di un biondo non lucente, ben vestita, ma niente di toccante, con occhiali da sole, con le lenti non troppo scure, tra i 50 e i 56 anni, lo guardò con insistenza. Lui le diede la spalla sinistra e chiese del tabacco. Lo prese, pagò, si girò dalla parte della donna, si guardarono, prese la porta ed uscì. Una normalissima e per niente eccitante madre di famiglia. L’aspettò fuori. Poco dopo quando lei lo vide sorrise. Lui fece un passo verso lei.

-Buongiorno signora, ci conosciamo?-

-Perché?- rispose.

-Perché ho notato che da quando sono entrato al tabacchi, fino a quando sono uscito, lei non ha mai smesso di guardarmi-

Non fu sorpresa dalla sua risposta.

-L’ha notato vero? Vede lei ha le lenti scure come le mie, ma le sue non fanno vedere gli occhi, i miei si vedono vero? Ho le lenti poco scure cosa dice?- chiese la signora.

-Si, le vedo gli occhi- rispose Vanni.

-Ahahah- sorrise furba e proseguì –E’ che come l’ho vista entrare, mi ha fatto venire in mento Franco Battiato, sa adoro le sue canzoni, sono una sua fan-

Vanni capì di piacerle. Si eccitò, pensò ad una avventura porno con una donna matura, anche se la signora non corrispondeva proprio ai suoi canoni ideali. Ma la situazione lo punse, voleva vedere fin dove sarebbe arrivato. Parlarono, lui le disse che dipingeva e lei si eccitò tutta, lei gli disse che era la direttrice di un museo a Venezia e lui si eccitò tutto.

Ora aveva il target. Anzi doppio target. Prima vai da Manfredi e ti fai sbattere al museo, poi ti sbatti la vecchia e da lei ti fai sbattere i tuoi quadri ad una mostra, personale naturalmente, a Venezia.

Era la mattina giusta, quelle delle grandi occasioni. V’è ci sono due treni, prendili, dai!

 

Si scambiarono i numeri di telefono, si sarebbero risentiti dopo il colloquio.

Salite le scale comunali, Vanni arrivò all’anticamera dell’ufficio del vicesindaco e la segretaria dopo pochi minuti di attesa gli disse –Prego signor Mazzilli entri pure-

-Grazie- disse sorridendole.

Lui era lì, con i suoi stemmini, gagliardettini, legno di noce, quadri, stampe, scartoffie e foto patriottiche.

-Ciao Vanni- si strinsero la mano. E due.

-Buongiorno Manfredi-

-Accomodati pure- indicando la sedia. Si accomodò, lui partì a parlare.

Allora, bla, bla, bla gli spiegò a grandi linee la struttura del museo in questione.

Quindi poi col fatto del calcio in culo, dell’amico di suo padre, di tutto e di niente, si ritrova con una scala reale in mano. Ma non era particolarmente contento. Quel Manfredi sempre sui giornali, sempre con quella fascia che lo abbracciava, sempre nelle grandi occasioni, ripetute, anno dopo anno, cerimonia dopo cerimonia. E basta!

Fece bene a non illudersi troppo.

-Ok Vanni allora qua la mano, (e tre) e vediamo cosa si può fare d’accordo?-

Manfredi la sua parte l’aveva fatta e pure bene, era abituato, era il suo lavoro.

-Ok grazie ancora, arrivederci-

Uscì dalla porta, risalutò la segretaria, ridiscese le scale matrimoniali, si mise gli occhiali da sole e si rullò una sigaretta. Si sentiva uguale a prima.

 

Chiamò la veneziana 50enne, quell’età gli piaceva pensare, anche se intuiva che ne avesse di più. Ma chissene fotte! Pensa ad una mostra a Venezia. Magari rifilo due quadri, sarà dura, però ci si prova e mi faccio pure due soldi. O magari arriva il cinese ricco, perde la testa per le mie cagate e divento milionario. Figata! Viaggiava a colori con la sua giovane testa.

-Claudia buongiorno sono Vanni si ricorda?-

-Si buongiorno Vanni certo, non è passato tanto tempo-

Decisero di vedersi per la sera.

Lui la stava aspettando fuori da un ristorante, lei uscì, le vide il volto nudo per la prima volta, gli venne in mente la casta mamma di un suo caro amico, vestita come si vestiva la sua cara mamma d’estate. Aveva bevuto qualche birra, ne avrebbe volute bere molte di più. La libido mattutina prese il volo.

-Ma guardi, lei è proprio uguale a Franco Battiato, se lo lasci dire- esordì dopo qualche istante la donna.

-Ancora!…mmm, non me lo aveva detto mai nessuno- rispose spaesato.

-Si, si non sarà mica come lui di carattere vero?- continuava come se Battiato fosse di famiglia.

-Come? Scusi?-

Intanto si incamminarono verso casa di Vanni.

-Deve sapere che sono una grande ammiratrice di Franco, lo seguo in tutti i suoi tour italiani-

-Ah si? Ma come così, da sola?- provava a starle dietro.

-Si certo, sono una fan speciale. Deve sapere che capitai anche vicino al suo tavolo in un ristorante quando suonò a Roma. È un vero stronzo se lo lasci dire-

-Ma come? Non è una sua fan?-

-Si lo sono è che a lui piace stuzzicarmi-

Non capiva cosa stava blaterando.

-Ma comunque Vanni che genere di quadri dipingi?- saettò cambiando corsia e persona la signora.

Gli andò bene, il discorso era più allettante che quello su Franco.

-Ah, bo, non saprei, quello che mi viene, butto colori, disegni, ma se vuole appena arriviamo glieli mostro.-

-Certo, certo sono molto curiosa e dammi pure del tu-

Vanni non vedeva l’ora di iniziare a studiare i dettagli della mostra.

Lui non era a conoscenza del fatto che la signora fosse terrorizzata da cani di media taglia. Si bloccò sull’uscio di casa, fermato da un urlo-tromba-scale amplificato in sera tardi, stridulo, acuto di puro terrore. Si voltò, lei era immobile, rigida, con gli occhi chiusi e il cane che saltava dappertutto. Lo prese al volo, entrò in casa e lo chiuse in una stanza.

Guardò Claudia. -Tutto ok? Guarda che è buonissimo- Le disse ancora frastornato da quell’urlo così munchiano.

Lei si calmò ed entrò in casa. Lo sfilò davanti. Cavolo pensò, è proprio uguale alla madre del mio amico travestita dalla mia. Dovevo essere accecato stamattina, ma la mostra Vanni! Ricordati il fine superiore. La mostra! Si infatti.

Lei si sedette al centro sala su di una sedia in metallo con morbida seduta bianca. Vanni sedutole vicino si vedeva solo, sul ponte di Rialto, a scattare foto e guardare la cartina della città. Nel sottofondo della sala, svariati aneddoti su Franco continuavano a uscire ossessivamente dalla bocca di lei. Non ne poteva più.

-Non è che vuoi vedere un quadro per caso?- lanciò Vanni sfinito.

-Va bene fammi vedere- disse quasi sospirando.

La portò nella stanza dove aveva un buon numero di quadri accatastati alle pareti. Iniziò a farli scorrere davanti ai suoi occhi.

-Vedi questo è un olio, è la crocefissione, però loro sono soldati nigeriani, non crocifissi, ma impiccati, guarda questo è un campo di papaveri non ti sembra di esserci dentro? Ah questo mi piace, è uno della serie le città-impo-visibili….e-

Capì dai suoi sbadigli isterici che dei suoi quadri non poteva fregargliene di meno.

Pensò, le fanno schifo e non sa come dirmelo o forse non è il genere che tratta il suo museo, ma perché non si esprime?

-Bé Claudia non mi dici niente? Me la fai fare una mostra al tuo museo si o no?- le sbatté li.

-Senti, gestisco un museo di arazzi, arazzi capito? Non faccio mostre di quadri- disse lapidariamente.

L’aveva fottuto. Si era impadronita di un suo sogno, lo aveva cavalcato e adesso lo stava facendo precipitare. Forse anche Vanni s’era impadronito di un suo sogno, non l’aveva cavalcata, per cui adesso era solo incazzata!? Boh! Era tutto strano.

Tornati in sala la veneziana di punto in bianco scheggiò –Sono stata in un centro di recupero mentale sai?- continuava a spiazzarlo.

-Ah…- si schiarì la gola –per l’ossessione che hai su Franco?- le chiese quasi intimorito.

S’infervori.

-Si anche, vedi…maaa…sono uscita eh, è stato tempo fa….mmmm, quello stronzo di Franco-

-Ma come, perché ce l’hai con lui?-

-Si certo che ce l’ho con lui, mi ha imbrogliata, mi ha fatto credere certe cose, poi sai sul più bello, niente-

-Ah si!?

-Si-

-Ma come niente-

-Niente di niente, mi ha illusa fino alla fine e poi mi ha lasciata lì quello stronzo, non mi ha voluta hai capito! Il suo tono andò alzandosi –Quel bastardo!-

Vanni provò a blaterare qualcosa –Ma pensa te, cioè ti ha portato fin li poi, ma pensa…bè allora…cazzo che stronzo- provava a stare dalla sua parte.

Ma poi ne ebbe la piena di tutta sta storia, iniziava quasi a fargli un po’ paura.

-Guarda Claudia, senti, lasciamo stare, cosa dici ti riaccompagno in albergo?- Chiese timidamente.

Di punto in bianco la donna si calmò, accettò di farsi accompagnare in albergo. Prima di uscire però, gli chiese se poteva guardare su internet le prossime date dei concerti di quel povero Cristo, come se non le sapesse già. Acconsentì, entrarono in camera da letto e mentre Vanni stava accendendo il computer, lei si buttò a pesce sul letto, intonando una bambinesca cantilena che diceva più o meno: -Chissà quante ne hai combinate su sto letto- lo ripeté 2/3 volte. A Vanni vennero i brividi.

Poi smise di saltare su e giù come una ranocchia, si sedette, come fosse in punizione e magia delle magie, spalancò le cosce in faccia a Vanni, che preso atto della folta distesa di pelo scuro, fasciata e contenuta da mutandoni di altre ere, ebbe un fremito, un sobbalzo, il ventre gli si scosse. Ma bastò uno sguardo alla figura intera della signora che tutto passò. Le fece paura. Scrisse velocemente le date dei concerti su di un foglietto poi la riaccompagnò in albergo e come due perfetti conoscenti si congedarono civilmente.

Passarono diversi mesi, Vanni dimenticò presto il colloquio fatto quella mattina. Ne la segretaria, ne il vicesindaco si fecero più sentire negli anni a venire. Fece più fatica a dimenticare la veneziana 50enne, ma a conti fatti, si rese solo conto che dei suoi quadri non se ne era fatto niente, alla stessa maniera del suo rassicurante posticino al museo cittadino. I due treni erano filati via, lui non era arrivato neanche a fare i biglietti.

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