Gabriele Peccati – “Il coccodrillo come fa?”

Le infermiere lavorano di notte. Affrontano emergenze e intervengono prontamente. Sono angeli
pronti a soccorrere chi si trova in difficoltà. Sono una risorsa inesauribile ed insostituibile del sistema
sanitario nazionale e della società civile. Ma se siete sposati ad un’infermiera e durante la sua assenza
dovete badare a due figli, potete star certi che i vostri problemi si moltiplicheranno più velocemente di un
branco di conigli.
Lele aveva trascorso una notte infernale. I due figli lo avevano costretto a dormire sul divano perché nel
lettone si sta più comodi e si sente il profumo di mamma. Il piccolo si era svegliato, come da consuetudine,
ad intervalli regolari. Tre biberon di latte e miele erano stati richiesti con urla altisonanti. Lele aveva
lavorato alacremente ai rifornimenti, neanche fosse il meccanico al box di una Formula Uno .
Nelle pause di sonno tra una poppata e l’altra, si era svegliato per altre tre volte rispettivamente per:
-una sua caduta dal divano a seguito di una rotolata fortuita conclusasi con leggera contusione alla tempia
destra;
-un brutto sogno del figlio grande al quale era apparso uno dei personaggi del film che avevano visto la sera
precedente. Si trattava di uno squalo bianco di nome bruto, con i denti aguzzi come una scimitarra.
-una telefonata della moglie nel cuore della notte che gli ricordava di scongelare la salsiccia per l’indomani.
La mattina aveva parcheggiato i due teneri pargoli davanti alla televisione. I cartoni animati sono la vera
panacea di tutti i deliri post-notturni dei bambini. Lele si era accomodato in veranda per gustarsi il suo caffè
solubile e la prima di una lunga serie di sigarette. Maledì le chiocciole cornute che stavano infestando i
pomodori del suo giardino. Mentre spargeva qualche granulo di esca lumachicida ed ingannava il tempo
leggendo le avvertenze sulla confezione del prodotto da giardinaggio, squillò il cellulare. Era la moglie.
– Ho avuto una notte da incubo, guarda che mi devo fermare in ospedale per tutta la mattina, – gli disse lei
tutto di un fiato con una voce resa squillante dall’adrenalina prodotta dall’insonnia.
– Va bene, – rispose lui in tono rassegnato.
– Ah un’altra cosa, – aggiunse lei. – Passa a prendere mamma e Charlie, vengono anche loro. Se faccio in
tempo, io vi raggiungo più tardi. –
-Va bene, – rispose lui in tono sconsolato.
Vestì i bambini senza fargli neppure lavare i denti. Li convinse a staccare gli occhi da un’avventura della
famosa maialina antropomorfa, corrompendoli con un paio di barrette di cioccolato. Tutti insieme
partirono alla volta dello zoo comunale, meta organizzata della loro uscita domenicale. Sentendo la radio
che sparava a gran volume una compilation storica dello Zecchino d’Oro, Lele Moretti, quarant’anni,
impiegato di banca, pensò a cosa avesse fatto di male per meritarsi la delirante giornata che stava
trascorrendo. La domenica è fatta per il riposo e a me tocca andare a prendere quella strega agghiacciante,
pensava mentre i ragazzi cercavano di smontare i poggiatesta della vecchia Punto Diesel.
Sandra, la suocera, li aspettava per strada sull’attenti, davanti al cancello del suo condominio. Mentre
accostava per parcheggiare, Lele notò che la cara nonnina faceva tintinnare l’indice sull’orologio. Stava
rimarcando i cinque minuti di ritardo. Vedendola, il padre di famiglia ebbe l’impulso di lasciarla dove era e
di proseguire diritto. Quando notò il fedele Charlie al suo fianco, pensò di sterzare bruscamente nella loro
direzione. Li avrebbe travolti come una valanga e sarebbe fuggito come un vecchio pirata della strada. Non
successe niente di tutto questo. Come da copione li fece salire, facendo gli onori dell’auto come un valido
autista di direzione. Lei indossava un abitino a pois più adatto ad una pin-up che ha una maestra
elementare in pensione. L’arzilla donnetta prese posto senza fiatare. Scuoteva la testa per rivangare la
mancanza di puntualità dello sciagurato genero. Indossava i suoi occhiali neri troppo voluminosi e metteva
in bella mostra i capelli cotonati di fresco. Si girò a salutare i nipoti e mitragliò una serie di comandi ai quali i
piccoli obbedirono immediatamente. Bisognava riconoscerlo, aveva l’autorità di un domatore di Elefanti.
– Togliti le dita dal naso. Slacciati la camicia. Mettiti seduto composto. Allacciatevi le scarpe. Salutate
Charlie. –
– Ciao Nonna. Ciao Charlie. – I due bimbi salutarono con riverenza. Se i miei figli avessero per me un decimo
del rispetto che hanno per la vecchia, pensò Lele, più stanco di una tartaruga che aveva saltato la stagione
del letargo.
– I panini li hai preparati? La salsiccia l’hai scongelata? Guida più piano. Spero che tu non abbia portato le
bibite gassate. Frutta ne hai comprata? Che puzza su quest’auto, da quanto non la lavi? Perché i bambini
non hanno la canottiera? Metti prima la freccia se no quelli dietro ti tamponano. –
Lele condusse l’allegra compagnia all’ingresso del giardino zoologico, a poche decine di minuti di distanza
sopportando un bersagliamento di domande, osservazioni, rimproveri, neanche fosse capitato sotto le
grinfie di un detective del FBI.
Entrarono quasi tutti sorridenti. I bambini erano eccitati e desideravano vedere la star del giardino, il
famoso leone bianco e tutti gli altri predatori. Nonna era felice di passare una giornata inconsueta in
compagnia dei nipoti. Pazienza se era presente anche quello smidollato del marito di sua figlia. Ancora oggi
non si spiegava come una ragazza tanto bella e intelligente avesse potuto prendersi come compagno un
ragioniere di campagna con il riporto in testa. Lele camminava come uno zombie. Dopo una settimana di
verifiche fiscali che l’avevano costretto a lavorare pure il sabato, aveva trascorso una notte infernale. Ora
passeggiava sotto un sole cocente che gli bolliva il cervello. Era un buon decennio che sopportava
pazientemente la suocera e in più di un’occasione gli erano passate per la testa alcune brillanti idee per
troncare i rapporti con lei. Ma la donna lo teneva in pugno con il suo carisma da dittatore e con le laute
mance che gli elargiva. Al giorno d’oggi la famiglia Moretti non avrebbe potuto certamente sopravvivere
dignitosamente con due stipendi mediocri e quattro bocche da sfamare. E poi, occorre dirlo, faceva
comodo passare le vacanze nella casetta in Liguria della signora Sandra.
Visitarono le gabbie degli animali della savana. I bambini impazzivano per le scimmie che saltavano da una
pianta all’altra. Si fecero fotografare con alle spalle una famiglia di giraffe. Accarezzarono la pelliccia
morbida delle caprette. Giunsero nella zona dei felini poco prima del pranzo. Lele ebbe un moto di
commozione. Osservò a lungo i ghepardi scattare lungo il perimetro di quelle gabbie troppo strette. Si
fermò a guardare un paio di felini appesantiti e spelacchiati che gustavano dei gran bistecconi. Pensò che gli
assomigliavano. Si sentiva un leone in gabbia, prigioniero di una vita che non era quella che desiderava.
Come loro, viveva dell’elemosina altrui e non cacciava una gazzella succulenta da un’eternità.
– E’ ora di mangiare. – Nonna Sandra ordinò alla truppa di occupare un tavolino da pic-nic che disinfettò con
cura. – La salsiccia? – chiese quando tutti furono serviti.
Lele gliela porse prontamente. La donna la fece in piccoli pezzi che mise in un piattino di carta. Charlie, lo
Yorkshire Terrier più pulito dell’Europa Occidentale, scodinzolava per l’acquolina. Lele odiava quel cane e le
attenzioni che gli erano rivolte. Per chiarire la posizione di privilegio che occupava l’animale nella famiglia,
basti pensare ai regali del Natale precedente, Charlie aveva ricevuto una ciotola in porcellana con il suo
nome dipinto a mano, mentre Lele si era accontentato di una tazza Ikea in plastica per microonde.
Dopo avere ossequiosamente servito il caffè, l’impiegato di banca si diresse con l’allegra brigata nel
rettilario, seguito a ruota da Sandra col cagnolino al guinzaglio. I ragazzi erano eccitati alla vista di serpenti
e iguane. Lele si voltò in un bagno di sudore e notò che la suocera si attardava. Giunsero sopra l’enorme
vasca degli alligatori e osservarono dall’alto la loro maestosa potenza. Charlie adesso tossiva
nervosamente.
– Sei sicuro di aver scongelato bene la salsiccia? – Sandra pensò subito ad un’intossicazione alimentare.
– Reggilo un attimo, – disse al genero mentre estraeva dalla borsetta il manuale omaggio del “corso di primo
soccorso per cani di razza”. Charlie tossiva sempre più forte e ad un certo punto iniziò a vomitare tra gli
sguardi disgustati dei visitatori. Nonostante i colpetti che Sandra gli dava sul dorso, lo Yorkshire sembrava in
preda ad un delirio incontrollabile. In un susseguirsi diabolico di eventi il cagnolino prima morse la padrona,
quindi fece un paio di piroette su sé stesso nel tentativo di afferrarsi la coda. Infine, come narcotizzato,
saltò nel vuoto ululando. Superò il parapetto che contornava la vasca dei coccodrilli e cadde per pochi
interminabili secondi nel vuoto. Un tonfo nell’acqua mise la parola fine alla sua caduta. Lì fu prontamente
inghiottito da un grosso alligatore, in evidente astinenza da prede di carne fresca. L’enorme rettile chiuse la
bocca e la coda di Charlie scodinzolò per qualche istante fuori dalle sue fauci. Poi il coccodrillo si immerse e
la sua corazza sparì nella piscina.
Sandra ebbe una crisi di pianto che riuscì a sedare solo dopo un paio di giorni. Appese la foto di Charlie e un
suo collare sopra il camino a ricordo del fedele compagno. Da allora non mancano mai fiori freschi davanti
all’immagine sorridente dell’animale da passeggio.
La moglie di Lele, raggiunta telefonicamente pochi minuti dopo la tragedia si affrettò a riunirsi con la
famiglia desolata allo zoo. I figli le raccontarono all’infinito l’incredibile avventura che avevano vissuto in
un misto di trepidazione e paura.
E Lele? Per rimanere in tema, non poté fare a meno di piangere lacrime di coccodrillo. Passato il trambusto
di quella giornata, prese ad apparirgli ad intervalli regolari e nei più disparati momenti della giornata uno
strano sorrisino.
Proprio la mattinata prima del finimondo, durante la colazione, la telefonata della moglie non era riuscita
ad interrompere la lettura di un interessante libretto informativo: “Precauzioni nell’uso della metaldeide:
se avete un giardino infestato dalle lumache, ma avete anche cani, gatti o conigli che hanno accesso al
giardino, non mettete il lumachicida perché inevitabilmente finirete per eliminare non solo le lumache, ma
anche i vostri pet.”
…mai far scongelare le salsicce a qualcun altro…
I fatti narrati in questo racconto sono di pura fantasia: ogni riferimento a persone, animali o fatti realmente
accaduti è puramente casuale. Nessun animale è stato molestato per scrivere questo racconto.

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