Davide Rigonat – “La guerra”

John smise di lavorare. Le sue mani, non più impegnate nella ripetizione meccanica e seriale degli usuali movimenti, scesero inerti lungo i suoi fianchi. Nei pugni stringeva ancora gli arnesi che aveva usato fino a un secondo prima, ma non sembrava rendersene conto. Arrivò persino a girare un po’ la testa e a guardarsi in giro. Gli altri operai stavano continuando a lavorare senza sosta come degli automi senza scambiarsi di un solo sguardo. Nessuno si era accorto che lui aveva interrotto la sua attività, così come nessuno aveva notato che dalla sua postazione non giungevano più i consueti colpi. Cosa quasi sacrilega in quel tempio del dovere, John cominciò a pensare. I suoi non furono pensieri piacevoli, anzi. Pensò che non stava facendo ciò che voleva, che quel lavoro non lo interessava, che avrebbe voluto andare sul campo di battaglia. Provò anche una sorta di sorda irritazione verso i suoi compagni, che al contrario di lui si erano supinamente adattati alla situazione e che non facevano altro che obbedire agli ordini senza domandarsi se ciò fosse giusto o meno. Vista la situazione, se avessero sospettato che questi erano i suoi pensieri, molto probabilmente lo avrebbero linciato come sovversivo e come seminatore di discordia.

 

John lo sapeva che bisognava lavorare senza lamentarsi. Da quando era scoppiata la guerra, ognuno doveva fare la sua parte senza discutere. La possibilità di scelta era fuori discussione. Se all’inizio sembrava che gli scontri si sarebbero risolti entro poche settimane con una vittoria schiacciante, i fatti avevano dimostrato che le cose spesso non vanno come uno si aspetterebbe. La guerra durava ormai da anni e nessuno avrebbe saputo dire chi avrebbe vinto, alla fine. Entrambe la fazioni avevano riportato grandi vittorie e cocenti sconfitte, così che pregi e difetti di entrambe le razze sembravano equivalersi. Se da una parte gli umani erano senz’altro favoriti dalla loro intelligenza e dalla loro velocità e agilità nei movimenti, i non-morti potevano contare sul numero, sull’assenza di paura e sull’insensibilità al dolore. Una cosa però avevano in comune: sia gli uni che gli altri dovevano mangiare. Ecco allora che l’incarico che era stato affidato a John e ai suoi compagni era molto importante, anzi, fondamentale: era stato loro affidata niente meno che la prima preparazione del cibo. Lui aveva capito da tempo che, se avesse mancato al suo incarico, molti suoi compagni ne avrebbero patito le conseguenze. L’enorme mole di lavoro richiedeva però un’assoluta dedizione e non lasciava spazio per altro. Neanche per pensare. L’ambiente poi non aiutava davvero: la luce era scarsa, appena sufficiente per lavorare, così come inadeguati erano gli strumenti in dotazione, troppo vecchi e soprattutto troppo usati. Era sotto gli occhi di tutti come il risultato non fosse più così preciso come in passato, ma d’altronde John capiva bene come la cosa non fosse poi così rilevante. Non in quel momento, per lo meno.

 

Dall’aumento della quantità di cibo che avevano dovuto lavorare nelle ultime due settimane, John aveva capito che si stava preparando una nuova, grande offensiva. L’aveva capito in maniera confusa nei pochi sprazzi di lucidità che quell’occupazione alienante e totalizzante gli concedeva, ma comunque era riuscito ad arrivare alle sue conclusioni. Non riusciva a darsi pace: lui voleva andare fuori, sul campo di battaglia. Voleva fare la sua parte e guardare in faccia l’odiato nemico. Voleva agire. Come se gli avessero letto nella mente, anche in quest’occasione gli sembrò di sentire la voce dei suoi superiori riecheggiargli insinuarsi all’interno della sua testa e cercare di rabbonirlo. Doveva considerare che, con il suo lavoro, stava contribuendo a mietere più vittime tra i nemici che se fosse sceso direttamente in campo. Doveva concentrarsi e svolgere senza discutere la propria parte, perché solo con un’organizzazione chiara e perfettamente funzionante avrebbero potuto sconfiggere i mostri che contendevano loro il dominio del pianeta. John cercò di opporre una debole resistenza a quelle argomentazioni di ferro, ma ben presto si dovette arrendere all’evidente ragionevolezza contenuta in esse. In una frazione di secondo, la mente di John ripiombò nel buio e si spense. Gli occhi persero quella lieve scintilla che si era timidamente affacciata al mondo e John, di nuovo uguale ai suoi compagni, tornò ad essere un ingranaggio perfetto di una macchina più grande.

 

Ricominciò a lavorare dopo meno di mezzo minuto da che si era fermato. Le mani riacquistarono la facoltà di muoversi e si strinsero ancora più saldamente intorno ai manici dei due grossi coltellacci dalla lama ormai irreparabilmente rovinata dall’enorme numero di carcasse umane che avevano macellato per sfamare i suoi compagni.

4 pensieri su “Davide Rigonat – “La guerra”

  1. La guerra c’è ma non si vede, c’è ma non si sente.
    Non so come dire, l’idea che spinge e fa muovere questo racconto è sostanzialmente buona ma manca di mordente, di tensione, di pathos.

    L’istantaneo avvilimento del protagonista, la sua presa di coscienza, il suo tormento, la sua guerra interiore, si percepiscono appena e talvolta non sono in sintonia (o in contrasto) con la guerra vera e propria (quella esteriore, quella dei campi di battaglia) che egli, a modo suo, cerca di combattere.

    Con questo voglio dire che, quando arriva il “sorprendente” finale, purtroppo non c’è “sorpresa”, e non c’è sorpresa perché prima non ci sono stati né tensione né coinvolgimento emotivo del lettore.

    Forse, organizzando meglio il materiale, potrebbe farne un buon pezzo.

    Cordiali saluti,
    Ottavio L.

    • Caro Ottavio L.,

      innanzitutto ti ringrazio per aver letto e commentato il mio raccontino. Premesso (ma non vuole essere una scusa, ben inteso) che l’ho buttato giù in meno di un’ora e l’ho postato a pochi minuti dalla scadenza del concorso (che ho scoperto per caso…) e che quindi non ho avuto materialmente tempo neppure per rileggerlo, devo dire che hai colto bene ciò che ho voluto fare.

      Nel racconto non c’è tensione né “coinvolgimento” perché non volevo mettercele. Lo zombie, che io ho interpretato un po’ “alla vecchia”, è una specie di automa che, per quanto ne sappiamo, non prova sentimenti o emozioni, se non forse quella di una sorta di “fame” (unico motivo per cui vorrebbe andare sul campo di battaglia, e motivo per cui la guerra c’è e non c’è – “l’odiato” riferito a nemico è in senso generico, nonché una piccola scorrettezza nei confronti del lettore 🙂 ). Ecco allora che è già un’eccezione che John riesca per un attimo a pensare in maniera umana (per il resto, fa quello che deve fare e basta). Mi era piaciuta l’idea del piattume del suo comportamento (e di quello dei suoi compagni) per creare la sensazione di qualcosa di sbagliato nel lettore (che magari pensava che il protagonista fosse umano). Il finale non fa altro che rimettere le cose al loro posto.

      Questa era l’idea…

      Ancora grazie e alla prossima!

      Davide Rigonat

  2. A me personalmente è piaciuto.
    Sarà anche perché tratta di un argomento che adoro; inoltre il finale a sorpresa è stato come uno schiaffo improvviso, la cruda immagine finale preparata dal “piattume” lascia un senso di arrendevolezza che non sembrava scontata all’inizio. Per averlo scritto in meno di un’ora non mi dispiace affatto, complimenti.

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