Cristina Alessandro – “Un dono inaspettato”

Quando si raggiunge la fatidica boa dei “50”, scatta automatico il bilancio di metà cammino, il dantesco consuntivo degli anni trascorsi fino a quel momento.

Se si é donna e per giunta casalinga, si deve valutare un “piano B” che contenga delle opzioni diverse, a seconda del grado di insoddisfazione raggiunto.

La più eccitante è senza ombra di dubbio quella di trastullarsi con un amante, tassativamente più giovane e che sappia convincerci con un seducente gioco di illusionismo di quanto siamo ancora giovanili e appetibili. Altrimenti possiamo decidere di ingrassare in modo compulsivo incolpando la menopausa e non il nostro irrefrenabile desiderio di ingozzarci di dolci. Quasi mai però riusciamo a scaldarci il cuore freddo con il calore corporeo dei lipidi in eccesso. Si può sempre ricorrere all’alcolismo, dipendenza ahimè tristemente nota a noi casalinghe, tracannando la riserva di cherry che custodiamo in sala nella vetrinetta delle bomboniere e delle bamboline con i costumi regionali. C’è anche chi riscopre il calore di un cucciolo che dipenda in tutto e per tutto dalle nostre amorevoli cure, la rinomata Pet-therapy. O chi come me si trova coinvolta in un improbabile e alquanto esoterico legame affettivo con una pianta. Ma procediamo con ordine. Anni fa una vicina di casa regalò a mia suocera per il suo compleanno una Calla in vaso. Definirei questa scelta un azzardo, addirittura un ripiego dell’ultimo momento o peggio ancora, un volgare riciclo, perché chi la conosce sa benissimo quanto sia poco incline a emozionarsi con il linguaggio dei fiori o piante che dir si voglia. A onor del vero ha sempre dichiarato di preferirli in casa d’altri, ben più propensa a occuparsi di quelli finti che non richiedono acqua da bere e sopravvivono a lungo. Inizialmente aveva contagiato un po’ anche me con la sua mania dell’artificiale, tant’è che arredando la mia casa di giovane sposa, mi ero regalata un terrario di piante in seta. Talmente belle e realistiche che durante il viaggio di nozze il custode incaricato di sorvegliare il mio appartamento, le aveva innaffiate abbondantemente. Oggi invece, dopo il recente colpo di fulmine con la mia Calla, penso con orrore ai fiori artificiali, perché mi evocano macabri ricordi. Vegliano, pietosi e rigidi nei marmori vasi cimiteriali, le foto ovali dei cari estinti in compagnia dei lumini funebri. Per farla breve questa fatidica Calla mi é toccata in regalo di seconda mano, con la benedizione di mia suocera ben felice di farmi dono gradito. E ancora non sapeva quanto!

La mia esistenza e quella della mia Calla sono cambiate radicalmente solo dopo una puntata in un rinomato Centro Commerciale. Da anni io e i miei congiunti trascorriamo il mese d’agosto a Milano come molti altri che non amano mischiarsi alla calca opprimente dei vacanzieri di alta stagione. Approfittiamo perciò della quiete cittadina per goderci la frescura dell’aria condizionata di questi forniti Centri Commerciali e passare del tempo girando a zonzo. Durante lo shopping, ho scovato dei fantastici vasi dotati di un galleggiante che segnala alzandosi in bella mostra quando la pianta ha fatto il pieno d’acqua. Sistema a prova di stupido o di chi, come la sottoscritta, è assolutamente priva di pollice verde. Insomma come si usa dire, minimo sforzo e massimo rendimento, con l’illusione oltretutto di dedicare le cure migliori al mio adorato vegetale. A ogni buon conto con questo sistema del galleggiante, con un cambio di terra fresca e con l’aiuto di un efficace fertilizzante, ho ottenuto dei risultati sorprendenti: ha preso a crescere a vista d’occhio e con una rapidità imprevista. Ho assistito a un’evoluzione così fenomenale solo in tv guardando i documentari di Quark, quando l’operatore fa scorrere a velocità innaturale i fotogrammi per rendere l’idea in tempo reale dello schiudersi di un fiore o di un repentino rovescio meteorologico. Più le foglie s’infoltivano diventando di giorno in giorno enormi e lucide e i fiori bianchi simili a seducenti conchiglie carnose, più io mi sentivo umiliata dalla tenacia con cui mi ripagava nonostante il mio scarso impegno. Ho subito come uno smacco davvero umiliante, la lezione di dignità e generosità senza ritorno che la Calla mi ha dimostrato. E ancor più scema mi sentivo io ad attribuirle sentimenti umani, dando voce ai miei pensieri e alle mie preoccupazioni lì al suo cospetto. Ovviamente non condividevo con lei emozioni sul sentimento tragico della vita o sul pessimismo cosmico, comunque non le risparmiavo neanche qualche frecciatina velenosa su come se la passasse bene lei, là nel suo bel vaso, comoda e spensierata. Al contrario di me invece, che dovevo sopportare un marito pesante e dei figli da gestire con tutte le loro rogne di scuola che assimilavo mio malgrado per osmosi. Senza tralasciare il peso di una casa da tener pulita, il carovita e non ultimo il baratro della vecchiaia ormai incombente… Tutta questa farsa dei miei monologhi alla Calla, solo perché il vederla così in salute mi gratificava, mi galvanizzava. Avevo l’illusione di contare ancora qualcosa per qualcuno, credendo che almeno lei si accorgesse di me e dei miei sforzi. Ero sinceramente terrorizzata all’idea di confondermi anonima, tra l’arredo. Che amarezza, ridursi a parlare con un fiore, per quanto bello, io che avevo sempre provato pietà per quelle donnette sole e un po’ suonate che dicevano al loro cane «Dai, tesoro, da bravo qua dalla tua mamma!» producendo mille smorfie e una fasulla vocina da baby talk. Se mi vedessero adesso! Oltretutto la pianta non interagisce, non scodinzola nemmeno, non accenna neppure a un minimo di feste. Sono andata avanti così per mesi, appassendo mentre lei rifioriva. Finché una mattina guardandomi allo specchio ho realizzato di essere arrivata senza dubbio alla frutta, come si dice. I ragazzi partivano per una gita scolastica e mio marito se n’era andato in ufficio come al solito, salutandomi con un bacio distratto. Parlando alla mia unica interlocutrice quel giorno ho avuto come un segno, un’illuminazione. Ho vissuto un’esperienza direi quasi ai confini della realtà… Ammirando il turgido fiore della mia Calla, mi è parso di scorgervi un pube di donna pulsante di vita, pur nel suo candido e virgineo manto. Attizzata da un sensuale languore che mi ardeva il ventre e concupita dall’esoterico dialogo extrasensoriale con lei, ho sentito seppur non a chiare parole, la sua voce che mi esortava a osare. Come in trance e ben inteso, contro la mia volontà, ho fatto una doccia d’iniziazione e mi sono frizionata voluttuosa il corpo ancora invitante con una crema agli olii essenziali. Il massaggio lento e mirato, ha accarezzato con sapiente insistenza ogni centimetro di pelle, fino a quando la mia la timida carne ha urlato bramosa la sua voglia di sesso rimasta a lungo sopita. Mi è tornato in mente, così all’improvviso, di avere conservato da qualche parte un completino intimo osé speditomi via Internet in un passato ormai remoto. L’avevo comprato per provocazione, perché a quei tempi ero ancora illusa di poter far resuscitare con un guizzo inatteso, il desiderio già agonizzante del mio adorato consorte. Misero flop neanche a dirlo, ma ormai era inutile rivangare le delusioni di una vita. Bene, sempre seguendo l’altruistico consiglio della Calla, ho chiuso gli occhi e ripensato mentalmente alle possibilità di quel “piano B”, che forse non avevo valutato con la necessaria lucidità. Dovevo solo prendere il coraggio a due mani e godere nuove esperienze A quest’ora di giovedì mattina Mohamed, l’uomo delle pulizie algerino, incera il ballatoio del mio pianerottolo. Mi saluta sempre con eccessivo calore, forse a causa dei costumi cerimoniosi del suo Paese, biascicando qualcosa nella sua lingua. Non mi è sfuggito però il modo in cui lascia scivolare i suoi languidi occhi scuri sul mio decolté, indugiandovi più del lecito. Sempre teleguidata da una volontà superiore, apro la porta e gli domando «Scusa Mohamed, ho un problema con il rubinetto del bagno. Potresti entrare un momento e dare un’occhiatina? Con quei muscoli ci impiegherai un attimo. Poi fa un caldo…sono surriscaldata anch’io. Magari prendo del ghiaccio, qualcosa di fresco da bere…». Senza farselo ripetere una seconda volta entra sgattaiolando con fare sornione, come il gatto già sicuro di fare la festa al topolino che lo stuzzica. Mi zompa subito addosso e mi si incolla aderente, visibilmente eccitato… In fondo sto solo accelerando il processo di globalizzazione, sto favorendo lo scambio culturale e non tra realtà diverse, dico tra me e me per alleggerire la tensione che provo. Dopo un amplesso indimenticabile e a più riprese, mi rivesto esausta ma piacevolmente appagata. Era da un’eternità che non mi sentivo accogliente e viva così. Lo so che si fatica a credere che il dono inaspettato della Calla mi abbia cambiato in meglio la vita, oltretutto gentil omaggio della suocera, ma è la santa verità. Una vera benedizione! Appena svaporata la magia di quel trance che mi ha offuscato il pensiero, là nel mio letto mentre mi dibattevo in un coito selvaggio con l’algerino, ho provato il vago sospetto di aver tradito mio marito. Devo dire però che ho subito allontanato quest’idea balzana, conscia che mai e poi mai avrei potuto giocargli una simile bassezza. Ho soffocato l’assurdo senso di colpa realizzando in tutta onestà che non ne sarei stata capace, perché non rientra nella mia natura di fedele compagna. Eppure ogni giovedì, giuro non sono in grado di spiegare né come né perché, ci ricasco e sprofondo inerme nella catalessi indotta dalla mia Calla e mi abbandono ai capricci carnali di Mohamed. Ne ho sentite altre di storie come la mia; diverse donne raccontano di essere state possedute dagli extraterrestri o da entità sconosciute, mentre a me è toccata la Calla che mi cura con l’ipnosi terapeutica. Mi hanno sempre inculcato che bisogna vergognarsi solo se si fa qualcosa di male e che la malizia è negli occhi di chi guarda. A me di male par proprio di non farne. Semmai mi concedo un po’ di sano volontariato, dividendo quel poco che ho con chi è meno fortunato di me. Non si può descrivere la gioia che leggo negli occhi e sulle labbra di Mohamed quando esce da casa mia. A volte basta così poco per riaccendere la speranza nel prossimo, un gesto di carità cristiana. Se poi guardo la mia candida Calla dai fiori puri come gigli, tanto da essere prescelta come ornamento per Battesimi, Comunioni e Matrimoni, che posso mai intravedere di malizioso? Mi chiedo allora quale diabolico sortilegio le si possa attribuire, povera pianta. Per questo la innaffio con rinnovata riconoscenza, grata per tutti i momenti spensierati e catartici che mi concede, senza sottovalutare il vantaggio del suo comprovato mutismo, che nell’elenco dei pregi, si annovera come un ulteriore valore aggiunto…

 

Un pensiero su “Cristina Alessandro – “Un dono inaspettato”

  1. Racconto finto-intimista con un tenue risvolto onirico-erotico, denso di luoghi comuni (il rubinetto che perde come scusa per attirare in casa l’algerino con il quale fare sesso, è un topos usato ormai soltanto nelle barzellette) e a tratti dal forte potere soporifero.

    Tuttavia, esclusi qualche veniale refuso e una svista di ortografia (OLII come plurale di OLIO, anche se – lo so – su questa “licenza” si potrebbe parlare a lungo), il brano ha almeno il pregio di essere scorrevole, leggibile e abbastanza ben scritto. Rispetto ai molti altri qui pubblicati, ovviamente.

    Cordiali saluti,
    Ottavio L.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...