Christian D’Agata – “Frammenti di un discorso apocalittico”

Si diceva fosse estate, ma C. guardando fuori dalla finestra della sua stanza riusciva a vedere solo un cielo nuvoloso. I boati del vulcano, sempre più frequenti, si intonavano alla sua tachicardia nei momenti in cui in preda all’ansia per il futuro respirava irregolarmente. Affamato d’aria ne ingurgitava il più possibile senza riuscire a saziarsi e proprio in quell’istante gli sembrava che una bestia urlasse con più disperazione dall’interno del vulcano.

 
ANSIA

 
Per aspera sic itur ad astra

 
E che è ‘sto itur? Eo? Che poi perché se cerco “eo” su google mi appaiono eolie news?! Non ci posso andare alle Eolie! Devo rimanere in questa torre di fango a studiare ‘sti versi. Mentre il sole spacca le ossa e tutti i miei amici sono in giro per il mondo e la cosa più vicina per me all’estate è vedere le nuotratici in tv! L’acqua al cloro mi sa di mare, come sono messo male! Ma devo stare qua. Torino e il suo cielo non mi aspetteranno per sempre. Se non do latino adesso non avrò più l’opportunità di lasciare questa provincia brutale e rimarrò imprigionato in questa torre. E se non
ce la facessi? Perché a vent’anni devo stare sveglio fino alle tre a studiare una lingua morta mentre non posso parlare ad una viva? Perché? Lo so bene! Per il mio futuro! Ma è disumano! E se fallissi avrei perso un’estate e l’occasione della mia vita per scappare da questo teatro di burattini, da mio padre che si crede Enrico IV, dalle processioni di infedeli che fanno del conformismo la loro musica neomelodica, dalle intellettuali che mettono il cappottino di cashmere al loro chihuahua, dai grotteschi parcheggiatori viaggiatori del tempo che vanno avanti per andare indietro e soprattutto dal riflesso nello specchio che psicanalizza le mie ambizioni.
attraverso le asperità alle stelle

 
STELLE

 
L’abitante della torre d’avorio si spostò verso la finestra da dove poteva vedere il cielo. Era la notte di S.Lorenzo, e anche se sapeva che erano solo degli ammassi di materia distanti, non poteva far altro che esprimere desideri.
Ma il vulcano rimbombava il proprio disappunto e le nubi di cenere oscuravano il cielo.
Nonostante questo, ostinato, rimase ad occhi aperti alla ricerca di un kamikaze astrale finché non crollò per il sonno.

 
SOGNO

 
«Non sarebbe bello ricostruire la biblioteca del “Nome della Rosa” e andarci a vivere?» chiese Altair.
«Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus » rispose Vega.
Erano lì seduti al bar della Via Lattea e non importava quel che si dicevano in quel momento, ma stare l’uno accanto all’altro mentre mangiavano una granita di Ares con brioche di Eris e una galassia alla ricotta.
Arrivato il momento di salutarsi lui la accompagnò per il corridoio della costellazione di
Andromeda ma proprio mentre cercava le parole per salutarla all’anno successivo, Vega gli prese la mano e lo portò nel sottoscala di Venere. Lì, senza sapere come, si strinsero in un abbraccio malinconico e un dolce bacio malsano.

 
RISVEGLIO

 
Al risveglio fu solo la mancanza e la bocca impastata di odio verso il mondo aumentò la disperazione di quella sera. Ormai tutto era finito, era perso. E un altro fallimento era dietro l’angolo, l’estate bussava sicura e lui si sentiva gelare. Cercava di non pensarci ma non riusciva a non aver paura di veder crollare tutto il suo mondo al primo errore.
Guardo distrattamente il nuovo catalogo dell’ikea e penso ad acquistare qualche libreria. No, non per ricostruire la biblioteca del Nome della Rosa. Ma per chiudertici dentro, insieme a qualche libro esploso. Dovrei disinnescare questi ricordi, ma non so come fare? Quell’albero solitario, quella scala dimenticata, quel binario morto, il sorriso tuo incendiato, il graffio di quella bimba che non vuole il punto di sutura, la televisione che non proietta nulla alla fine di un film, l’inverno dei tuoi occhi, ti va di studiare insieme quando piove?, il cappuccio di brioche, un pozzo in cui si specchia il sole, una sonata per violoncello, il principe infelice, la primula velenosa, una formica che ti guarda, lo specchio che riflette un’immagine falsa, le anatre in mezzo a del fango gelato, Kant che guarda le stelle, spotify che mi fa sentire la pubblicità, un concerto finto, tuoi occhi assonnati al mattino. Il muro di Berlino non è caduto per noi. Un minuto alla mezzanotte. Non sai più neanche qual è il mio nome. Lo hai sbagliato quando mi hai visto. Vai. Andrò a 240 km/h in un’altra città. Ma alla fine tutte le strade portano al deserto. Che se ci va bene possiamo incontrarci mentre annaffiamo un cactus. Io preferisco un miraggio: Bombay al calar della sera, una bomba come amica, un’aranciata avvelenata, un porcospino sulla spalla e una dose di nichilismo endovena.

Il vulcano sembrava star per esplodere, ma aveva smesso di fumare e così il cielo era diventato un po’ visibile e C. aveva potuto vedere una stella cadente ed esaudire il suo desiderio: «che il mondo finisca».
Il vulcano esplose.

 
TV

 
Un titano in pietra lavica venne fuori dal vulcano emettendo un rumore stridulo. La sua forma lasciava solo immaginare qualcosa che somigliasse a una testa, mani, gambe. Una qualche bestia dimenticata dalla divinità, un aborto della Creazione, o forse un Guardiano il cui compito era proteggere questo pianeta.
Mentre scrosci di fuoco inondavano i paesi etnei quell’immenso agglomerato di imperfezione con gesti lenti e automatici aveva rivolto il proprio orrendo capo alla luna.
Dalla finestra C. aveva osservato il risveglio di quella mostruosa creatura in preda a un magma di emozioni incoscienti, senza sapere cosa pensare.
Improvvisamente il gigante scomparve. Il telegiornale da lì a poco mostrò dove fosse andato. Si era enormemente rimpicciolito. Era diventato alto più o meno una quindicina di metri. Si era evoluto, preferendo l’agilità. Così dicevano esperti alla televisione, o meglio, opinionisti della tv commerciale.
L’Antico, in poche ore si erano sbizzarriti a cercare i più diversi epiteti, era riapparso nella via principale di Catania, via Etnea, e in poche ore aveva portato alla devastazione l’intera via.Tutte le forze militari della città si barricarono in un’ultima disperata difesa in Piazza del Duomo.
L’Immondo sbadigliò e l’ultima difesa dell’umanità venne cancellata in un battito d’ali.

 
ALICE

 
In un sol balzo oltrepassò l’intera scalinata di San Giuliano e si ritrovò in Piazza Dante, sembrava cercare qualcosa. Ispezionò a lungo il monastero dei benedettni, ma non la trovò.
L’Essere riapparve dopo qualche ora in un paesino etneo, esattamente nel giardino della torre d’avorio in cui viveva C. Quest’ultimo non ebbe paura quando si trovò alla finestra il mostruoso volto senza espressione, con solo due voragini vuote al posto degli occhi e una ferita di bocca.
Non ebbe paura, perché sin dal primo sguardo si riconobbe.
La bestia lo prese col suo moncherino e lo spezzò. Urlò parole disperate. Parole antiche.
C. si risvegliò nel corpo della bestia. Sotto la pelle nera poté avvertire la carne fradicia.
Ed ebbe la coscienza in quell’istante che il suo Volere era il nuovo Principio della Legge Universale.

 
DECOSTRUZIONISMO

 
Io non ho bisogno di nulla.
Dovrei salvare questo mondo che mi ha rigettato sin dal mio primo vagito? E per chi o per cosa?
Tutti noi vaghiamo alla ricerca di qualcosa, quando la otteniamo dopo poco ci annoiamo e siamo disperati, quando la perdiamo siamo ancora più disperati, ogni gesto e ogni nostro movimento non fa altro che portarci alla disperazione! Perché dovrei salvarlo? Per cosa, perché ci siamo evoluti?
Non ho bisogno di questa tecnologia, che mi fa guardare l’ultimo post che hai su facebook, l’ultima foto su instagram, questa tecnologia che mi fa stare come un coglione su whatsapp a vedere l’ultima volta in cui ti sei collegata per immaginare che cosa stai facendo! Questo computer su cui scrivo quattro stronzate che voi state leggendo!
Non ho bisogno di tutti questi fast food, di questi ristoranti chic francesi, dei kebabbari senza cipolla, del gelato fritto, del cibo vegeteriano, vegano o crudista, né tanto mano del sushi, del felafel, ma soprattutto non ho più bisogno di chiedere “dove andiamo a mangiare?” .
Non ho bisogno della crisi economica, dello spread o delle previsioni sul rapporto debito-pil, né se sforeremo il tre percento. Né della politica, che sarebbe pure una cosa bella, ma tutti parlano e nessuno fa, che se “ce lo chiede l’Europa” che votiamo a fare? Che se la lotta di classe è finita che ci vado a fare ancora a scuola, se le diseguaglianze sono sempre di più? Che scompaia la politica che senza ideologia non è altro che berciare, che scompaia l’economia che alla fine siamo tutti più ricchi e tutti più disperati.
Non ho bisogno di una casa in cui tornare, io voglio stare dove mi pare e dimenticare che ho un letto vuoto che non mi aspetta. Io voglio essere ovunque, perché alla fine non voglio essere in nessun posto.
Noè che cosa hai combinato? Pioggia, torna a salvarci.
Ma non ho nemmeno bisogno della pioggia, del sole, della neve, del caldo afoso, del mare, ché sono stanco di dover guardare le previsioni del tempo!
Non ho più bisogno dell’arte, della letteratura, della musica, dei film, dei fumetti, dei videogiochi, che mi hanno saputo tenere compagnia, che mi hanno fatto conoscere il mondo. Non ho più bisogno di voi, perché mie care compagne, voi tutte mi parlate di ciò di cui tra tutto non ho più bisogno.
Non ho bisogno di me, che senza Te, non sono. Senza di te… Te, di Te me ne fotto. Te, tu, l’altro. Non solo un pronome personale, non solo una persona singola con la sua fisionomia, ma chiunque, chiunque, che tanto che cazzo ci stai a fare tu? E allora che cazzo ci sto a fare io in questo nulla universale, che è lo sputo di un Dio? E soprattutto, diciamocelo, non ho bisogno di un corpo.
Perché un corpo non è altro che un ammasso di cellule destinate alla morte. In ogni momento siamo in putrefazione. Proprio mentre ti parlo ci disgreghiamo. Anche senza l’apocalisse.
L’apocalisse è già in noi dal primo momento in cui nasciamo.
Non ho bisogno di questo corpo con tutti i suoi bisogni, quando devo andare nella mia ciotola ad abbeverarmi con acqua oligominerale; perché quella del wc non dovrebbe andare bene?
E soprattutto non ho bisogno del mio intelletto che cerca la poesia nei bisogni, l’epica nel quotidiano, la verità nel banale. Questo mio intelletto che cerca una parola per cambiare il mondo, ma che alla fine non riesce neanche a comunicare la semplicità. Quindi la prima cosa che distruggerei è il mio cervello. Il mio intelletto. La mia sensibilità. Io voglio essere finalmente un nemico. Un nemico di quest’umanità alla quale anche nel mio ultimo momento di lucidità non
posso smettere di pensare. E QUINDI SCOMPARITE TUTTI INSIEME A ME!

 

AVANTI

 

E così fu solo una pagina bianca.
Ma dopo un’eternità si addensò un punto alla periferia del foglio, un punto che divenne linea, poi si staccò dal foglio e divenne figura: iniziò a disegnare pianure, monti e poi un omino stilizzato al centro che prese le forme di un gigante dalle fattezze umane.
Per un’altra eternità piovve, ma quando il gigante si arruginì uscì il sole. Quando la stanchezza lo pervase chiese la notte. E dopo l’ennesima eternità aggiunse qualcosa a quell’oscurità cieca e si accesero le stelle.
A quella vista nacque dentro il gigante una parola inesprimibile, ma tentò di dirla per molto tempo finché alla fine, con gli occhi sempre puntati a quei fuochi fatui sussurrò «Io…»
Il mondo si squarciò e un terribile terremoto sconquassò i ghiacciai permettendo la nascita del verde, della natura e delle prime forme di vita.
Dopo un tempo maggiore dell’eternità, il gigante con gli occhi sempre fissi al cielo riuscì a continuare «…non voglio essere solo».
Il mondo tornò ad esistere.
E fece un passo in avanti.

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