Carla Sansoni – “Ballando e sognando”

(quando la virtù premia)

 

1954. Ho diciassette anni.

Quest’anno ho accettato di fare le ferie con lei, la mia amica. Ha una casa a Cesenatico e staremo via una decina di giorni.

Appena arrivate, cominciamo ad armeggiare con costumi e zoccoli. Poi, vestite da mare, prendiamo possesso della spiaggia. Molta gente è accalcata sotto tende e ombrelloni. Bimbi piccoli piangono, bimbi grandi strillano. Uomini e donne vociano forte, richiamano i ragazzini che, entrati in acqua, si fingono sordi. Il sole è cocente e molte persone cercano di abbronzarsi. La sabbia è abbagliante.

Io ho un bel mal di testa. Tutta questa luce, questo calore, questa confusione mi stordisce.

La mia amica, invece, pare trovarsi nel proprio elemento. Mentre io sotto l’ombrellone tento di leggere un libro, lei si sta già dando da fare. La sento parlare con delle persone a voce alta, cercando di farsi notare da un gruppo di ragazzi della nostra età che, in disparte, giocano a carte e ridono fra loro. Quando si comporta così, io faccio finta di non conoscerla e di non essere con lei, tanto mi mette a disagio. Continuo a leggere il mio libro e, di sottecchi, controllo le sue manovre di accerchiamento. Dopo qualche ora, infatti, è già seduta con quei ragazzi e se la ride con loro. Un po’ anche la invidio.

Quando torna sotto il nostro ombrellone, ha molto da raccontarmi. Sà già di un bel locale all’aperto dove questa sera andremo a ballare.

Infatti, dopo aver cenato, comincio i preparativi per uscire che sono lunghi e meticolosi. Sono molto magra e devo trovare un vestito che non lo evidenzi. Ma non è facile. Decido per un vestito leggero, di organza bianca a pois rossi, stretto in cintura, con la gonna molto vaporosa. Finalmente sono pronta. L’effetto, nell’insieme, non è male.

Entriamo. Il locale è suggestivo. L’orchestra è in un angolo. La pista da ballo è rotonda attorniata da una distesa di tavolini. Lampioncini colorati diffondono una luce innaturale. Arbusti di oleandri mescolano il loro profumo amarognolo a quello dolcissimo di petunie multicolori che sono dentro grandi vasi. Ci sediamo a un tavolino vicino alla pista. Alcune persone stanno già ballando.

Vedo di fronte a noi, dall’altra parte della rotonda, alcuni ragazzi seduti. Anche loro si guardano attorno. Fra loro ne noto uno particolarmente attraente. Ha i capelli biondi e ricci ed è molto abbronzato. Ha camicia e pantaloni bianchi.

Dopo una pausa, l’orchestra ricomincia a suonare. Si alzano in due o tre e, anche lui. Nella confusione che si crea, mi pare di vedere che si dirigono verso di noi. Forse viene a chiedere di ballare alla mia amica. Invece no, lo chiede a me. Proprio a me! Quando mi alzo, ancora incredula, mi tremano un po’ le gambe.

Poi mi perdo fra le sue braccia. E’ molto alto e robusto con occhi bellissimi ridenti di cristallo azzurro. Proprio come mi sono sempre piaciuti. Non parla molto se non per fare le solite domande di circostanza: come mi chiamo, di dove sono, se mi tratterrò molto. Ha uno spiccato accento romagnolo. Mi dice che lui è di un paese vicino e che viene qui quasi tutte le sere.

Balliamo. A me pare di non appoggiare neanche i piedi per terra. La musica finisce. Ognuno torna al proprio posto.

Penso che non verrà più a invitarmi. L’ho anche pestato. E poi io non sono attraente e neanche spigliata e qui ci sono tante altre ragazze migliori di me. Hanno vestiti provocanti e scollacciati che mostrano, oltre alle doti anatomiche, anche abbronzature perfette. Io sono pallida, magrolina e in più sento i capelli, che ho lunghi fino a metà schiena che, con l’umidità della notte, cadono da tutte le parti.

L’orchestra riattacca. Io non guardo da nessuna parte per paura di avere la delusione di vederlo alzarsi e invitare qualche altra. Fisso il tavolino, il bicchiere dell’aranciata e scambio qualche insulsaggine con la mia amica, giusto per darmi un contegno.

Me lo vedo bellissimo e davanti a me. Balliamo. Non siamo in tanti sulla pista. Guardandomi attorno, noto parecchi occhi invidiosi di ragazze che mi fissano e fissano lui. Inutile, è proprio il più bello lì dentro e sta ballando con me! Ancora non mi pare vero. Una dolce e languida musica accompagna il mio sogno. Poi l’orchestra fa l’intervallo.

L’aria si è rinfrescata. Al profumo dei fiori si è aggiunto quello salmastro del mare, non tanto distante.

Ricomincia la musica. Senz’altro, adesso non viene più. Guardo il tavolino, dove era seduto lui. Lo vedo vuoto. Il cuore mi batte più forte del dovuto. Forse, chissà, è andato via. Me lo rivedo davanti. E’ sempre più alto, più biondo e più bello. Balliamo. Sono felice. Felice. Forse lo amo.

Le ore stanno passando; vorrei potere fermare il tempo.

Quando si avvicina la chiusura del locale, mi chiede se possiamo andare a fare una passeggiata in riva al mare. Vede che rimango perplessa e allora mi dice di non preoccuparmi che viene anche un suo amico con la mia amica e che si sono già messi d’accordo.

Infatti, usciamo e arriviamo alla spiaggia. C’è una leggera brezza. Si sente lo sciabordio di basse e oscure onde portate da un mare che s’intravede solamente, illuminato com’è, solo dalla luna. Tutto attorno è buio.

La mia amica si allontana con il suo compagno. Per un po’ li sento parlare. Poi, più niente.

Noi ci sediamo. Il mio vestito vaporoso di organza bianca a pois rossi si mescola con la sabbia. Mi cinge con un braccio. E’ tutto così irreale. Poi mi vuole fare sdraiare. Resisto. Ma lui è molto più forte. Mi lascio andare. Adesso anche i miei capelli si mescolano con la sabbia. Me la sento ovunque.

Da sdraiata vedo il cielo, sopra di me, punteggiato da stelle silenziose. Il suo viso è davanti al mio.

Un desiderio struggente mi prende. E’ una sensazione bellissima. Vorrei lasciar fare. Vorrei lasciarmi andare. Vorrei… Ma resisto. Accenno qualche parola. Gli dico che non l’ho mai fatto.

Ne rimane impressionato. Le sue mani, fino allora invadenti, si fermano.

Poco alla volta dissotterro capelli e vestito vaporoso di organza bianca a pois rossi dalla sabbia. Cerco di scrollarmela di dosso. Ci alziamo. Una luna ironica e beffarda rischiara, ora, la spiaggia gettando le nostre ombre là dove prima erano i nostri corpi.

Lui si allontana e chiama il suo compagno. Scambiano alcune parole in dialetto che non capisco. Penso che l’amico gli abbia chiesto com’è andata, perché mi pare di sentire che gli risponda in modo sconsolato “niente!”. Meno male che sono distanti e faccio finta di non avere sentito.

Quando rientro a casa, mi guardo nello specchio: faccio paura! Il trucco degli occhi è sbavato, i capelli mi fanno assomigliare a un istrice. Ma la speranza che coltivo, di rivederlo, illumina di una strana luce il mio viso.

Il giorno dopo arriva una nostra comune amica. Ha qualche anno più di me. Conta di fermarsi qualche giorno. Così la sera siamo in tre ad andare a ballare.

Quando entriamo, il mio sguardo corre subito là. A quel tavolino. Ci sono già. Sono emozionata. Ho messo un vestito di picchè bianco con una balza di pizzo. Mi sento molto romantica. L’orchestra comincia a suonare, lo vedo alzarsi fra i primi e dirigersi verso di me. Non vedo l’ora di essere ancora fra le sue braccia. Di potere ancora sognare, ballando.

La mia amica, arrivata oggi, si alza e va a ballare con lui. Ha invitato lei.

Lei è molto carina, mora, con i capelli raccolti, ben fatta. Ed è molto, molto spigliata. Ha fama di avere una cattiva fama. Adesso mi viene in mente tutto questo mentre li guardo ballare. Stretti, sempre più stretti. Dimentichi di tutto e di tutti.

A metà serata ci viene a dire che va a fare un giro e che ci raggiungerà a casa.

Li vedo uscire. Lei piuttosto sculettante e lui, dietro, sempre così maestoso e così bello.

Non mi ricordo neanche se mi ha salutato. Forse no. Mi pare di avere il vuoto attorno. La musica mi arriva da lontano. Ho un nodo in gola. Per calmarmi, cerco di aspirare profondamente quell’aria che, però, non mi pare più profumata. I lampioncini con le luci colorate si sono spenti. Il buio è sceso dentro di me, mentre una luna, sempre più ironica e beffarda, continua ad illuminare la notte.

 

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