Antonio Bondì – “Ordine Pubblico”

Mi trovo a Viserba, in una fredda ma secca giornata invernale. Nonostante il freddo sono in
scooter, perché mi permette di superare l’argine del traffico automobilistico, perennemente caotico
anche nella città di Rimini. Oggi ho da recarmi a nord della città, a quattro indirizzi diversamente
dislocati nell’aerea urbana e non voglio perderci delle ore, ed esaurire la pazienza in incolonnamenti
automobilistici.
Sono a Viserba. Percorro Via Sacramora, svolto per Via Canini, e imbocco via Pironi. Giro a destra
sapendo già che il numero civico che m’interessa è quello del terzo fabbricato sulla destra.
Appena svoltato, istintivamente, mi soffermo e mi agito. Il sangue mi si riscalda salendomi
improvvisamente al viso, il mio corpo sta reagendo alla scena che mi trovo di fronte: un corpo è
steso a terra, probabilmente l’ennesima vittima della strada.
Il cervello però non vuole archiviare, sotto la voce – incidente stradale – la scena che gli occhi
registrano ed ordina che guardino meglio e raccolgano più dati informativi. E’ così che divento
consapevole dell’anormalità dei tasselli disposti sul palcoscenico stradale: l’uomo è disteso
sull’asfalto, è anziano, i capelli e la barba sono brizzolati, ha macchie di sangue alle caviglie e al
viso, sembra morto, già impostato per adagiarlo entro la cassa, con le mani riunite sull’addome.
Specialmente se l’uomo è ancora vivo è importante che egli indossa solamente una giacchetta,
senza un cappotto o un giubbotto, e nessuno ha provveduto a proteggerlo dal freddo, con un
qualsiasi panno capace di mitigare il gelo che gli è elargito anche dall’asfalto su cui è steso.
Due poliziotti li vedo solo ora, stanno in piedi, ad un metro dal morto? Dal ferito? Dall’uomo! Un
poliziotto gli sta dietro, all’altezza del capo, e l’altro all’altezza del fianco destro. I due sicuramente
non hanno l’espressione e l’atteggiamento di chi, anche se indurito dalla vita sulla strada, cerca di
confortare un malcapitato sofferente. Mi appaiono con nitidezza, strani, sembrano addirittura non
appartenere al corpo di Polizia che tutti noi conosciamo, ma ad un corpo diverso e sconosciuto,
e forse segreto. Cerco sulla divisa che indossano particolarità che mi suggeriscano a che reparto
appartengono. Entrambi portano alla cintola lunghi bastoni di lattice. Al momento a cosa gli può
servire quel bastone? L’uomo è a terra insanguinato. Loro, i poliziotti? Sono due. La strada è
deserta, o quasi, quindi?
Lentamente, con lo sguardo interrogativo e già quasi accusatorio supero la scena che occupa il
centro della strada. Circumnavigo il più possibile i tre uomini ad andatura lentissima, nel frattempo
cerco di individuare il mezzo che ha provocato l’investimento. Potrebbe trattarsi di qualche cosa di
più inquietante, il mio inconscio lo ha già capito, ma la coscienza non vuole registrare la deduzione
perché, se quella è la verità è molto fuori della norma, anche molto fuori della Legge.
Spengo il motore, e metto lo scooter sul cavalletto, davanti al cancello del civico in cui devo
entrare, non mi ci vorrà più di un paio di minuti.
Un’auto d’antennisti ha i due operai che stanno raccogliendo degli utensili da lavoro, ma li vedo
impacciati, forse scossi, comunque impossibilitati nel procedere, forse combattuti nel decifrare ciò
che vedono, o che hanno visto fare. Cercano di dare una risposta al mio stesso enigma: – di che si
tratta -?
Mi assento qualche minuto, ma quando torno sulla strada il palcoscenico è completamente mutato.
Dal vicino Centro Studi, i bambini più piccoli delle Elementari, sono già usciti di scuola. Davanti
a me si sofferma uno Scuolabus pieno d’innocenti, felici di tornare a casa. Altri camminano
disordinatamente ai due lati della strada, destreggiandosi tra le auto in sosta e le auto dei genitori
che stanno caricando i loro figli. Lo Scuolabus si deve fermare perché i tre che occupano il centro
della strada sono ancora lì, e la scena pare che possa rimanere un fermo immagine per molto tempo.
Non si capisce se si è in attesa di un’autoambulanza. Il ferito è così grave che non si può spostare
di qualche metro per favorire la circolazione? Perché, se è grave, non si è ancora rimediato a
confortarlo! a riscaldarlo! a stargli più vicino! magari stringendogli una mano.
Mi guardo nuovamente attorno e considero che quell’uomo steso sull’asfalto non è lo spettacolo più
giusto per tutti quei bambini che non ridono più.Ora il ferito? è in piedi, con le spalle appoggiate ad un’auto in sosta, e i poliziotti lo stanno
bastonando. Quello che mi da le spalle smette di picchiare col manganello e sta cercando di fare
smettere anche il collega, che ha lo sguardo cattivo, colpisce talmente forte che, piegandosi sul
cranio del poveretto, il manganello colpisce anche il tetto dell’auto. Il manganello, per la violenza
del colpo, gli sfugge dalle mani e rimbalza alle sue spalle. Lo raccoglie e da un’altra bastonata sulla
testa di quell’uomo scheletrico. Solo ora il poliziotto smette.
Stupidamente mi sorge una domanda: se quell’individuo è un soggetto pericoloso non sarebbe
bastato ammanettarlo? Invece di farlo gelare, steso al suolo, nella speranza che si rialzasse per
potere riprenderlo a picchiare? E’ per questo che mi richiedo, osservando nuovamente la loro divisa,
se si tratta di poliziotti italiani o di qualche reparto para segreto con licenza di uccidere.
Cosa è stato fatto per evitare che non meno di cento bambini assistessero ad uno spettacolo da
colosseo? Niente! Proprio niente. La gente inebetita sta con la bocca aperta, come me, incredula ad
una realtà sudamericana in una Repubblica di Diritto.
I giornali, l’indomani, non hanno scritto nulla sull’accaduto. Io avrei potuto telefonare ad un amico
del Corriere di Rimini, ma sapevo che la notizia non sarebbe apparsa.
Primo Levi era angosciato dal fatto che l’uomo che ha fatto quello che è stato fatto nei campi di
concentramento lo può rifare. Così è! Lui lo sapeva, ed ossessivamente lo diceva ad oltranza. – Non
bisogna dimenticare! – Diceva. – Occorre che se ne parli per tutti gli anni a venire! – Aggiungeva.
Aveva ragione. Sapeva anche che non bastava parlarne, ma occorreva anche che le parole di
denuncia fossero udite.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...