Andreina Moretti – “Mimì (storia di solitudine)”

Al mio paese sono conosciuta come Mimi’ la pazza. Tutti pensano che lo sia realmente, il problema e’ che inizio a crederlo anch’io!

Ho trent’anni di solitudine, abbandono e tante paure. Vorrei stare tra la gente e gustare dei piccoli piaceri della vita. Il folle e’ spesso un malato d’amore. Penso che i manicomi siano stati chiusi perche’ la vera follia regna fuori!

I miei amici mi trovano strana, diversa, il mondo e’ popolato da persone diverse fra loro, viviamo quindi in un mondo di pazzi? La follia e’ l’altra faccia della normalita’, questa e’ la realta’.

Dal mio balcone, guardo la gente nei giorni di festa passeggiare con i vestiti belli; la osservo la domenica recarsi a messa, gli uomini come pinguini impettiti, con le loro cravatte e le donne tacchettano, con le scarpe nuove e le borsette; mi raggiungono le loro voci adultere “Buongiorno avvocato Medori, buona domenica” “Buongiorno a lei, dottor Sabatini” “Oh carissima signora, come sta’?”, poi, svoltato l’angolo, svelano il simulacro, e pugnalandosi alle spalle, vomitano le peggiori cattiverie sul conto degli altri. Mah, come e’ strana la gente “normale!”

Quando la solitudine mi urla dentro con rabbia, accendo la radio ed ascolto le canzoni ad alto volume, cosi’ da eludere il tormento divorante; canto con tutto il fiato che ho in corpo <<Se si potesse non morireeeee…>>. Tremano i vetri, ed inizio una danza convulsiva. I vicini di casa imprecando, bussano contro le pareti della cucina “Abbassa il volume pazza furiosa! Chiamiamo la polizia se non la smetti!Hai svegliato la bambina! Il manicomio e’ il posto adatto a te!”. La voce mortificata rimbalza stridula nella stanza “ La smetto, la smetto subito! Ecco, ho spento!”

E’ facile per loro, coprire i sogni con i respiri dei figli. E’ facile per loro riscaldare le notti con il calore emanato dalla pelle  del loro uomo. La smetto, certo, rientro nel mio guscio silenzioso, scusatemi con il mondo se esisto!

Anche di Gesu’ dicevano fosse pazzo, trascorreva le giornate vagabondando, insegnando l’amore,   il perdono, la donazione; si univa agli ubriaconi, prostitute, ladri e uomini della peggiore specie. Poi lo hanno ucciso. Dio forse, ama di piu’ i folli, perche’ gli ricordano il figlio. Dio quindi mi ama? Lui non bussa alle mie pareti urlandomi di smettere di vivere. Si, mi ama come ama Gesu’…sono anch’io   un povero cristo!

Spesso non prendo sonno, allora guardo la tv, faccio il bucato o immagino di stare in compagnia di un galante cavaliere che mi corteggia. Vorrei esistere per qualcuno, vorrei occupare il cuore e i pensieri di qualcuno. Devo pero’ notare che i legami umani, non sono proprio dei legami. Gli amici si perdono con il tempo. I matrimoni finiscono velocemente. Le coppie scoppiano facilmente. Da principio si scelgono, giurano fedelta’ davanti a Dio, poi tradiscono e divorziano. L’aria del mondo deve essere impazzita ed infetta tutti noi che la respiriamo.

Sono una donna fragile, fragile significa delicato, effimero. Il fragile ha paura, ed io sono colma di paure; ho terrore della vita, l’angoscia della morte, l’orrore della solitudine.

A Natale, mentre le strade fredde ed anonime, si popolavano di luci e canti, ho pensato ai balordi e disgraziati senza tetto, che combattono contro l’emarginazione, mentre io lotto contro l’abbandono e l’abisso. Ho preparato un pasto caldo, con le poche cose sopravvissute nel frigorifero desolato. Non amo fare la spesa, ancor di piu’ buttarmi nell’orgia festiva, mentre si assaltano i supermercati per la libidine di accaparrarsi l’ultimo zampone rimasto. Non mi piace  cucinare, pulire, stirare…sono tane le cose che odio fare, perche’ mi ricordano che sono viva.

Ho indossato il cappotto, la sciarpa e il cappello e sono uscita di casa per invitare alla cena di Natale, i miseri invisibili che popolano gli angoli bui della citta’.

La mia offerta e’ stata un oblazione per i vagabondi, mi hanno ripagata con sorrisi e presenze. Erano sporchi e mefitici, ma da tanto tempo non aspiravo l’effluvio della  vita. Abbiamo bevuto, riso, giocato a carte, bestemmiato, condividendo il dolore e il calore. La casa animata era differente, mi pareva di non conoscerla; ci avviluppava per timore di perderci a mezzanotte. Sentivo i miei ospiti felici e ristorati “Mimi’, dov’e’ il bagno?”, “Mimi’, e’ bella la tua casa!”, “Mi versi altro vino, Mimi’?”, “Che Dio ti benedica, sono rinato!”.

Non ho salvato quegli esseri umani, dall’assideramento, loro hanno preservato me dal subisso.

La follia e’ presente in me come e’ presente la ragione. Si sono unite in un connubio indissolubile coabitando armonicamente. La maggior parte della gente e’ folle senza sapere di esserlo, basta urlare la verita’ e tutti sono pronti a giudicarti matto.

Flaubert scrive: << Un pazzo, e’ qualcosa che ti fa’ orrore. E tu cosa sei lettore ? In quale categoria ti schieri? In quella degli sciocchi o in quella dei pazzi?

Se ti dessero la possibilita’ di scegliere, la tua vanita’ sceglierebbe di certo, l’ultima condizione.>>

 

 

 

 

 

 

2 pensieri su “Andreina Moretti – “Mimì (storia di solitudine)”

  1. Racconto denso di luoghi comuni e superflue banalità.

    Qualche esempio? Eccolo:
    “Penso che i manicomi siano stati chiusi perche’ la vera follia regna fuori!”
    “La follia è l’altra faccia della normalità, questa è la realtà”

    Ma il bello arriva in fondo al racconto. L’autrice cita Flaubert e scrive:
    “Flaubert scrive: <>

    E io aggiungo, ne è proprio sicura gentile signora Andreina? Proprio così scrive Flaubert, mettendo l’apostrofo alla seconda persona dell’indicativo presente del verbo “fare” e trasformandolo in un imperativo?

    Questo è l’esempio di quando anche copiare una citazione diventa un’impresa colossale!

    Cordiali saluti,
    Ottavio L.

  2. Sono sicura di ogni cosa che ho scritto perchè è la mia storia, la mia vita…e non è un accento che cambia l’assurdità di una vita emarginata

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