Andrea Giraudo – “Oh my God”

 

Era il 14 luglio, come tutti gli anni, in Francia, si celebrava la mitica presa della Bastiglia, festa Nazionale amata da quasi tutti i cittadini, tranne pochissimi.

Lui, Daniel, rientrava in quella ristretta categoria e, a dirla tutta, ne era veramente fiero; non lo faceva per motivi politici, per alcun spirito esibizionista, ma solamente perché odiava gran parte degli esseri viventi appartenenti alla sua specie.

L’unico animale che ormai accettava e amava era il suo gatto Tom, che, come sempre, gironzolava per il giardino della villetta del padrone.

Un’altra cosa che non piaceva a Daniel era il clima; in quell’anno si moriva di caldo a Saint Raphaël, il sole batteva tutto il giorno senza sosta.

Come se tutto ciò non bastasse, la settimana precedente sua moglie lo aveva lasciato e se n’era andata via con il suo nuovo compagno in Corsica.

L’indomani dalla separazione Daniel aveva ritenuto opportuno licenziarsi, pentendosene però il giorno dopo, in quanto non avrebbe trovato i soldi per pagarsi il cibo e l’affitto, avendo sperperato gran parte del proprio patrimonio comprando al Marché U un bel po’ di alcolici, per alleviare il dolore.

Nonostante tutte queste disavventure quel giorno, quel magnifico 14 luglio, il francesino se ne stava seduto sulla sdraio in giardino, sorseggiando un bicchiere di pastis, e guardando tranquillamente il cielo.

Un unico pensiero lo aveva turbato, riguardava il suo gatto, che non era rientrato per lo spuntino delle due; cosa insolita, ma che passò presto dalla mente spensierata del buon vecchio Daniel.

Ormai la sua vita era ridotta ad uno schifo, non sapeva più che farsene; da giovane amava sognare un futuro prospero, credeva che sarebbe diventato un ricco uomo d’affari, sognava una bella moglie con la quale condurre una vita pacata e serena, con la quale magari crescere dei figli.

Ora invece aveva capito com’era realmente il mondo, che le persone non vengono ricordate per quello che sono, ma per quello che fanno, che ognuno fa il proprio interesse senza pensare agli altri, e che insomma va un po’ tutto a puttane, per farla breve.

In questo mondo di menefreghismo e individualismo Daniel decise di fare una cosa, la più saggia che in quel momento gli venisse in mente: accendersi una sigaretta.

 

L’oscurità dominava incontrastata sulla cabina del ponte di comando, fino a quando una porta si aprì e vi emerse una figura grottesca, alta e magra, con due teste.

La figura si sedette ed accese la luce, l’ambiente s’illuminò d’un tratto e si videro tutte le apparecchiature che controllavano la navicella.

Chiamarla navicella era un insulto, quella era una vera e propria astronave all’ultima moda, fatta apposta per Lui, il Presidente della Galassia.

Il Presidente si grattò la testa sinistra, mentre l’altra testa era immersa in pensieri profondi, a noi ignoti.

Non aveva ancora capito come era riuscito a vincere le elezioni, aveva un buco nella memoria (di entrambe le teste) e non riusciva a colmarlo, non che gli dispiacesse, anzi, amava il mistero, l’ignoto.

Si ricordava solo che, dopo la festa di Capodanno (durata all’incirca 200 giorni), si era nuovamente ubriacato e lì si era probabilmente candidato ufficialmente alla carica di Presidente della Via Lattea.

Comunque, come già detto, non gli interessavano questi pensieri, lo annoiavano a morte, quindi rivolse la propria attenzione al suo primo incarico da Presidente.

Com’era tradizione da ormai 12000 anni, il Presidente doveva distruggere un Pianeta della propria Galassia per inaugurare il proprio mandato, che dovrebbe durare per circa 100 anni; il problema è che non poteva prendere pianeti con più di 20 miliardi di abitanti e che non superasse i 10000 km il proprio raggio, unicamente per motivi di sicurezza.

Il Presidente aggrottò la fronte e si toccò il mento, un breve movimento dell’arcata sopraciliare fece intuire che aveva trovato il Pianeta adatto.

Si trattava di un piccolo insignificante Pianeta, situato ai margini della Galassia, i cui abitanti non avevano effettuato le votazioni per la carica presidenziale, tranne uno che per giunta aveva votato a sfavore dell’attuale Presidente.

Le forme di governo su quel Pianeta erano simili a quelle della Galassia; infatti il Presidente aveva un ruolo marginale, puramente figurativo, chi deteneva il potere erano in realtà altre creature, che la sapevano lunga sul da farsi.

Il Pianeta veniva chiamato (dai pochi che lo chiamavano) TU610; i suoi abitanti, invece, lo chiamano semplicemente e insensatamente Terra.

Il Presidente si toccò la barba e, soddisfatto, decise di tornare a dormire; il giorno successivo sarebbe stata la sua giornata memorabile, ormai lo spettacolo stava per cominciare.

Spense le luci della cabina di comando e, una volta uscito, si chiuse la porta alle sue spalle; il Presidente camminò lungo il corridoio fino a quando non incontrò una sua guardia del corpo robot, alla quale disse dopo un piccolo sbadiglio: “Senti bello. Chiama il Parlamento e digli che ho deciso, devono distruggere il pianeta TU610. Se non lo farai.. ah già che scemo, ma tu lo farai, sei solo programmato per questo. Bene, ottimo. Allora vado a dormire”.

Detto questo entrò nella sua stanza e si posizionò quasi al centro del suo Mega-letto, chiamato così perché possono starci due Ma2Mut (animali grossi come quasi due elefanti messi assieme).

Per un attimo un pensiero assillò la mente destra del Presidente, il quale si stava chiedendo con che diritto poteva uccidere quelle creature; tuttavia la risposta che ne seguì fu immediata e molto risollevante.

In fondo, pensò, prima o poi sarebbero dovuti morire e doveva essere per loro un onore essere ricordati nel Gran Libro della Storia Galattica come pianeta distrutto per l’inizio del suo mandato.

La testa destra del Presidente si appoggiò quindi supina sul morbido cuscino e sprofondò in un sonno profondo; nel frattempo la testa sinistra stava già riposando da un bel pezzo, sognando spiagge di pianeti tropicali e Party Ultragalattici.

 

Circa cinquecentomila astronavi della Real Ano I stavano viaggiando ad una velocità supersonica verso un punto all’estremità della Galassia.

La Real Ano I è una flotta posta direttamente alle dipendenze dal Parlamento Galattico; viene erroneamente definita un organo di pace, in realtà tale flotta svolge traffici sporchi e brutte faccende all’interno dell’Universo conosciuto.

Intanto si sa che ormai in nome della Giustizia e della Pace si possono compiere anche i più grandi genocidi della Storia, basta avere sempre un buon paraculo e nessuno oserà mai obiettare niente.

I membri che fanno parte di questa flotta speciale sono esclusivamente natii del pianeta El Ohi M, un pianeta oscuro e inospitale, situato al margine estremo della Galassia.

Gli El Ohi M sono esseri simili a dei lumaconi, soltanto grandi come un essere umano, di colore giallo e non amano la presenza di altre forme di vita, quindi per loro è un piacere uccidere viventi.

Questi odiosi assassini sono tuttavia molto, ma veramente molto, stupidi; infatti si sono fatti convincere a lavorare per il Parlamento che, come stipendio, gli concede annualmente di partecipare all’esecuzione di una creatura.

 

Erano le tre di pomeriggio e Daniel stava sorseggiando tranquillamente il suo Bacardi seduto in giardino; il cielo era limpido, due gabbiani stavano volando solitari e una mosca ronzava allegramente nell’aria.

Pensava a quel che era stata la sua vita fino a quel momento, era passato da sognare la sua grandezza a decretarne la sua insignificanza; ora più che mai avesse avuto la possibilità di rivivere la medesima vita una seconda volta non l’avrebbe fatto, erano più i dolori che le emozioni piacevoli da lui provate.

Immerso in questi pensieri Daniel finì l’ultimo sorso rimasto di Rhum e si coricò per terra e, in uno stato di esilarante infelicità, sorrise e guardò il cielo.

Poco dopo un enorme rumore turbò la quiete presente sulla Terra; nel giro di una decina di minuti il cielo divenne grigio in ogni parte del mondo.

Daniel, sbalordito, chiuse e riaprì più volte gli occhi; sapeva che l’alcool faceva sempre brutti scherzi, tuttavia gli sembrava di essere ancora abbastanza sobrio.

Si alzò in piedi, si toccò il resto del corpo, fece una breve corsa e, una volta assicurato che tutto funzionava come prima, riguardò il cielo.

Notò con particolare stupore che il grigio del cielo era dovuto non alle nuvole, ma alle tantissime astronavi che stavano passando in quel momento.

Daniel ebbe giusto il tempo di grattarsi stupefatto il naso, che lo spettacolo iniziò e lui ne fu involontariamente partecipe.

Missili, razzi, bombe di ultima generazione venivano lanciati contro la superficie terrestre; ogni cosa veniva distrutta al loro passaggio.

Le TeleFinzioni di tutta la Galassia si facevano la guerra per riprendere al meglio questo spettacolare evento; d’altronde le battaglie per i diritti TF sono tra le più sanguinose in assoluto nella nostra Galassia, seconde forse solo a quelle di religione.

Nel giro di quindici minuti il pianeta TU610, con tutti i suoi abitanti, cessò di esistere e al suo posto restò solo un grande, anzi enorme spazio vuoto.

 

Nella semioscurità quattro figure stavano sedute ad un semplice tavolo in legno rotondo; tutte se ne stavano mute, immerse nei loro pensieri, fissando qualcosa che non sapevano bene neanche loro.

Uno dei quattro cavalieri, vestito di bianco, urlò: “Cristo”.

Guerra, vestito di rosso, si sfogò come il suo compagno: “Vaffancubo”.

Carestia gli fece eco con un bel: “Porcozio”.

Infine Morte, non sapendo più cosa dire di nuovo, decise di ripetere le loro precedenti esclamazioni, per sottolinearle maggiormente.

Dopo qualche secondo entrò nella stanza, un essere alto e grosso: “Ou ragazzi! Che sono tutte ‘ste parole!”

“Senti Dio” incalzò Guerra “non mi venire qui a fare la morale, che ci hai già messo in un bel guaio. Facci almeno la cortesia di startene zitto”.

“Ah, vi avrei messo in un bel guaio? Guarda che voi, senza di me, non esistereste neanche. Quindi inizia a calmarti Guerra, che se no ti soffoco con il tuo bel drappo rosso”.

“Come non dovremo arrabbiarci?” disse il cavaliere nero, chiamato Carestia, scattando in piedi “Ci hai rotto per Millenni sulla storia dell’Apocalisse, che noi avremmo avuto un ruolo importante nel Gran Finale di quel Pianeta ed invece? Un gruppo di stupidi El Ohi M ci ha rubato la scena, cazzo. Ci siamo preparati da tempo sulla scena, abbiamo provato e riprovato le parti, mi sono studiato a memoria perfino quella stupida frase: ‘una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati!’… per poi finire così, senza far niente”.

“Ehi Carestia, calmati anche tu per favore. E’ vero, non è andata come volevo, però non potete dare adesso la colpa solo a me. Vi avevo detto cos’avevo in mente di fare, ma poi è stato quel Giovanni a pubblicizzarlo dappertutto. Gli avevo detto di starsene zitto, ma lui no, ha voluto scriverci anche un libro. Che ci posso fare Io” disse spazientito Dio.

“Ah se non sai che fare, tu che sei Dio, siamo ben messi non ti pare?” disse sarcastico Morte “Comunque diamoci un taglio con tutta questa litigata che non serve a nulla. Meno parole e più fatti, mio bel Dio. Ora voglio, anzi vogliamo, un altro ruolo e stavolta vedi di non commettere altri errori, se no la paghi cara, non credo che i produttori ti faranno passare per buono l’ennesimo fallimento”.

Detto ciò Morte si alzò e salì in sella al suo cavallo, quindi disse “La vita da attore è uno schifo, mia madre lo diceva sempre che avrei dovuto continuare l’Università” poi si voltò verso Dio, lo squadrò con lo sguardo e riprese: “Certo che come regista fai poi pena. Il Regista Divino si faceva chiamare, ridicolo.. Ma vaffangrumo va”.

Morte se ne andò e, poco dopo, gli altri tre colleghi fecero la stessa cosa, lasciando Dio nella sua disperazione e nella più totale solitudine.

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