Adele Musso – “Le cose cambiano”

Sono uno sportivo, un funzionario pubblico con il pallino della marcia e dopo aver macinato 24 km e sei di risalita poco ci manca che non mi appaiano l’arcangelo Gabriele e una schiera di Santi che suonano le trombe del giudizio; d’abitudine entro nel santuario più per riprendere fiato che per devozione prima di affrontare la discesa. Siedo su una delle panche in fondo per non disturbare, anche se oggi non c’è nessuno è ancora presto. Bevo un sorso dalla mia borraccia rilasso le gambe e chiudo gli occhi. Delle voci inaspettate interrompono il mio riposo. –
Io me ne vado!
No, ma dove vai? Non puoi farlo!
Un coro metallico come di campanellini risuona argentino nell’antro poco illuminato. Dirigo lo sguardo in direzione del suono e vedo un agitarsi di nastrini azzurri e rosa attaccati a centinaia di piastrine sulle quali cuori, polmoncini, occhi, teste gambine e gambone fanno mostra di se sulle umide pareti. E’ un crescendo vibrante. L’anatomia del dolore sanato si fa unico corpo, unica voce, avverto anche un piccolo spostamento d’aria che spezza l’immobilità sacrale, l’atmosfera da rarefatta si fa densa. Per un istante mi chiedo se forse l’ictus che sta dietro l’angolo dei freschi cinquantenni, non stia bussando alla mia teca cranica o se non stia esagerando con queste cronoscalate come spesso mi rimprovera mia moglie, il dubbio sparisce subito perché la curiosità soverchia la ragione e voglio capire cosa accade.
Non è possibile, non si può fare, non è previsto, non è mai accaduto! La voce sembra provenire da un polmone gigante in argento sbalzato che usa tutto il fiato che gli è rimasto.
Io mi rannicchio nella panca troppo spaventato perché muova anche un solo muscolo e mi rendo conto che sotto la mia bandana gialla, i pochi capelli rimasti, si sono messi sull’attenti.
Ebbene accadrà adesso, le cose cambiano, e poi ormai ho deciso. Nulla potrà farmi recedere da questa posizione. Io sono una che quando si mette in testa una cosa difficilmente cambia idea. – E così dicendo la vedo strapparsi con veemenza la coroncina di rose che porta sui capelli sin dalle prime immaginette. Mi stropiccio gli occhi, li chiudo, li riapro, la scena non è mutata.
– Via queste rose appassite! Qualcuno avrebbe dovuto comprendere che sarebbe finita così. Ma qui questo qualcuno o è sordo o finge di non sentire, o è cieco o finge di non vedere. E come si possono concedere grazie a chi non ne ha bisogno? E dire che io non sono una che si fa pregare troppo, avrei restituito udito e vista, sono una brava, non ho iniziato con una cosetta mica da poco. La peste miei carucci e me la sono cavata alla grande, ma questi qua non sono interessati ai miracoli, non li riconoscono neanche se ci sbattono contro. Al giorno d’oggi ci sono medici che operano miracoli, quelli compiacenti ed è un fioccare di pensioni, molto meglio invalidi che sani come pesci.
A me erano rimaste le vecchine che si mettevano qua a litaniare, uno scassamento che non vi dico, che poi anche voi ormai siete sempre gli stessi e non avete più argomenti di conversazione. Vi state arrugginendo.
La sento parlare confusamente mentre infila in una sacca di stoffa un abito scuro, la coroncina alla quale in fondo è parecchio affezionata e il vecchio teschio che la fissa stupito dalle orbite vuote, il compagno di tutta una vita.
Rosalia ma dove andrai? Altra vibrazione metallica. Che ne sarà di loro? Ci hai pensato?
Altroché se ci ho pensato questa città non ha più bisogno di me. Ci sono altri santi da pregare, di quelli che non stanno in Paradiso. Santi da poltrona, altro che San Giovanni decollato, Sant’Onorevole incollato all’ Assemblea. Anch’essi ricevono gli ex-voto, anzi voti e li ripongono in altri santuari. Ma dove è il mio bastone? Ah eccolo, questo me lo porto sono troppo acciaccata dall’umidità di questa grotta e dalla posizione demente che mi hanno imposto, io che da viva ho sempre riposato a pancia sotto, ho il gomito ingrippato.
Afferra un altro sacco, e in quello la vedo riporre alla rinfusa l’oro e i gioielli donati negli anni dai devoti panormiti e limitrofi.
Alcuni avevano un gusto pessimo in fatto di gioie, posso finalmente dirlo, mi sento libera. Mi portavano il loro ciarpame, gli scarti del monte di pietà.
Penseranno che siano venuti i ladri! – stavolta la vocina proviene da una bocca d’argento. –
Ah, ah! Certo che sono venuti i ladri, delinquenti d’ogni risma, i più laidi quelli che si battevano il petto con la pistola in tasca, in combutta con i colletti bianchi che hanno fatto sacco della mia città, che i pirati erano brava gente a confronto, predoni senza coscienza loro. Non è rimasto nulla.
Nessuno si stupirà della teca vuota e della sparizione dei gioielli, penseranno a un furto e in breve mi sostituiranno, non abbiate timore, non rimarrete soli a lungo. Si farà una gara, un bando per trovare un nuovo Patrono, per questa città allo sbando. Vincerà qualche raccomandato, chi saprà fare la migliore offerta, prometterà lavoro per tutti, ripulirà l’aria e le vasche di Bellolampo, ricresceranno gli alberi tagliati in sacrificio del Dio Tram, e torneranno in piedi tutte le palazzine fatiscenti così nessuno si farà male al prossimo crollo. Io ho chiuso.
E la processione? Quando si è detto mai di un carro vuoto senza la sua Santa? Non ci pensi ai babbaluci che non usciranno più dai gusci, ai mulunari senza clienti, alle strade pulite perché nessuno mangerà calia e semenza? E i fuochi, i fuochi d’artificio?
Zitti state! Andateci voi per le strade con il caldo che fa il quindici luglio solo perché il sindaco di turno possa pavoneggiarsi istupidire il popolino e permettere a quattro ricconi di fare un giro in barca per vedere i fuochi dal mare che fa tanto chic. Ed io sballottata come un naufrago a destra e a sinistra che poi ormai sono la stessa cosa.
Vorrei dire qualcosa anch’io, unirmi a questo coro dimentico dell’assurdità della situazione, improvvisamente consapevole dell’imminente fuga della Santuzza. Ma resto muto. In fondo so che ha ragione. Mi vergogno dei miei concittadini, mi vergogno e basta.
Per un istante sembra che Rosalia rifletta sulle parole appena pronunciate che la colga la nostalgia, che si possa riaccendere la speranza, ma è donna di sostanza e di rigore, rivolge un ultimo sguardo alla sua casa adottiva, alza la mano in segno di saluto agli ex voto che le rispondono vibranti di rassegnazione. A me si accappona la pelle. Un’unica ardita bocca piccolina affranta le chiede ancora: dove andrai? Lei sistema bene le sacche sulle spalle: per prima cosa andrò in uno di quei negozi Compro- vendo oro quelli che sono spuntati come funghi velenosi in tutta la città, ho bisogno di contante, quelli non ti guardano in faccia e ti pagano subito. Agata ha prenotato una crociera per i fiordi norvegesi, è allergica alle ceneri laviche e non ne può più del caldo, ha cercato di farlo capire in tutti i modi ai catanesi, ma loro duri sono. Se il clima ci piace, restiamo là.
Mi do una manata sulla fronte improvvisamente illuminato. Minchia ora che ci penso anch’io ho diversi giorni di ferie arretrate! Credo di avere bisogno di una vacanza.

4 pensieri su “Adele Musso – “Le cose cambiano”

  1. “Al giorno d’oggi ci sono medici che operano miracoli, quelli compiacenti ed è un fioccare di pensioni, molto meglio invalidi che sani come pesci.”

    Scusi, ma cosa significa questo periodo?
    E poi, giacché lei sta parlando di medici ma (credo) non si sta riferendo a nessun intervento chirurgico, invece del verbo “operare”, non potrebbe usarne un altro per non creare equivoci e non confondere il lettore?

    Altra cosa, ma questa le sarà sicuramente sfuggita dalla tastiera: “[…] fanno mostra di se sulle umide pareti”.
    Quel “sé” vuole l’accento (acuto, possibilmente).

    Per il resto, quasi tutto liscio e gradevole ma senza nessuna grande emozione.

    Un cordiale saluto,
    Ottavio L.

    • Ottavio, lei è “geniale”, se me lo permette, ovviamente.
      È piacevole e interessante la lettura dei suoi commenti.
      Una lettrice, ovviamente.

      Eloisa

  2. Mi spiace si sia confuso e non abbia saputo apprezzare il voluto gioco di parole, sono inoltre lieta che viva sicuramente in un mondo perfetto dove nessun medico compiacente abbia attestato l’esistenza di false patologie. Probabilmente lei vive all’estero dove fortunatamente per me ha portato con sé dei testi di grammatica.

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