Matteo Renzi e la generazione Erasmus

Pochi giorni fa Matteo Renzi ha pronunciato il discorso alla Camera dei Deputati per chiedere la fiducia, ottenuta con 378 voti favorevoli e 220 contrari, per il suo nascente governo. Anche in quest’occasione si è riferito alla sua generazione definendola “generazione Erasmus”. Ma cosa significa appartenere alla generazione Erasmus? Lo sanno bene i 150.000 studenti che ogni anno lasciano le proprie città, i propri atenei e le proprie famiglie per studiare o fare uno stage in un altro paese europeo. Un’esperienza formativa di primaria importanza per chiunque voglia acquisire quegli strumenti fondamentali (integrazione, internazionalizzazione, conoscenza delle lingue straniere) per affrontare il mondo del lavoro contemporaneo. Eppure questo programma di scambio universitario possiede delle criticità che contribuiscono a definire l’‘homo novus Europaeus’.

Partiamo dai numeri.

1987: Nasce il progetto Erasmus (European Region Action Scheme for the Mobility of University Students) da un’iniziativa dell’associazione studentesca Egee (oggi Aegee).

3.000: il numero di studenti che hanno partecipato al primo scambio Erasmus della storia.

150.000: il numero di studenti Erasmus nell’ultimo anno accademico.

5 milioni: il numero totale di studenti che fin ora hanno trascorso un periodo di mobilità Erasmus.

4.000: le università che partecipano agli scambi.

33: le nazioni coinvolte.

14,7 miliardi: gli euro che verranno stanziati nei prossimi sette anni per il nuovo progetto Erasmus+.

Cifre da capogiro che fanno capire quanto il progetto Erasmus abbia influito e influisca nella costruzione identitaria del cittadino europeo. Due dati credo siano più interessanti di altri: il primo è la crescita vertiginosa che ha avuto, dal 1987 a oggi, la mobilità universitaria in Europa; il secondo, correlato al primo, è l’attenzione rivolta dalle politiche europee nei confronti dei progetti di scambio universitario. Questo interesse ha portato allo stanziamento di ingenti fondi per lo sviluppo di reti universitarie transnazionali e la creazione di un sistema universitario europeo quanto più omogeneo possibile. In questo senso le riforme approvate al Processo di Bologna del 1999 e la Strategia di Lisbona del 2000 sono le pietre angolari sulle quali poggia il processo di standardizzazione dell’educazione in Europa. Per l’Italia il progetto Erasmus ha sostituito la leva obbligatoria nel ruolo di omologatore sociale e linguistico, con lo scopo politico di formare cittadini europei.

Tuttavia, gli studenti devono fare i conti con cifre più modeste: la borsa di studio Erasmus che è stata notevolmente ridimensionata negli ultimi anni; i crediti e il livello di competenza linguistica richiesti, non sempre esposti chiaramente nei bandi; le scadenze per la consegna di Application Form e Learning Agreement in un groviglio burocratico che spesso fa passare la voglia di partire.

Quando, poi, finalmente si riesce a partecipare alla mobilità internazionale, dove si va? Ci sono 33 nazioni e migliaia di atenei coinvolti nei progetti di scambio comunitari, ma una volta acquisito lo status di ‘studente Erasmus’ ci si trova all’interno di una comunità chiusa, con regole e modalità sociali proprie: una società a parte. Si entra in una comunità che orbita ai margini del mondo universitario e solo a volte lo attraversa davvero.

Si formano così nelle città dove c’è una maggior affluenza di studenti Erasmus (in Italia: Bologna, Roma e Firenze) dei gruppi di giovani provenienti da tutta Europa che condividono difficoltà economiche e disagi burocratici. Come nel famoso film francese L’appartamento spagnolo, alloggi low-cost e cadenti vengono abitati da ragazzi che parlano lingue diverse ma con la stessa voglia di conoscere l’altro, l’altrove, il diverso. Purtroppo per loro, in realtà, si sono costituiti dei non-luoghi, come direbbe Lacan, che possiedono delle dinamiche interne simili. Che sia Edimburgo, Granada o Reykjavík la città del nostro Erasmus, che ci siano dei castelli, l’Alhambra o i geyser, non importa. Il luogo in cui si trascorre questo periodo di scambio più o meno lungo diventa semplice contorno, cartolina turistica, luoghi e monumenti da visitare e fotografare, nient’altro.

La dislocazione vissuta da uno studente Erasmus è pari alla sua voglia di infrangere le regole del gioco, di andare oltre lo status alienante di ‘Erasmus Student’ e vivere pienamente la propria esperienza.

Qual è l’Europa di Renzi dunque? Quella di una generazione consapevole di far parte di una comunità complessa e diversificata o quella di una generazione svuotata e frustrata?

Nel suo programma Renzi ha dato uno spazio privilegiato all’educazione e al rapporto con le istituzioni europee. “Noi vogliamo un’Europa dove l’Italia non va a prendere la linea per sapere che cosa fare, ma dà un contributo fondamentale, perché senza l’Italia non c’è l’Europa” ha detto durante il suo discorso alla Camera. Il nuovo presidente del consiglio si scaglia polemicamente contro quanti (Lega nord in primis) hanno un atteggiamento critico nei confronti dell’europeismo. L’Italia deve tornare ad avere un ruolo propositivo all’interno delle istituzioni europee e non accettare passivamente riforme e sanzioni imposte dall’alto. In sostanza Renzi rifiuta gli egoismi dimostrati da coloro che si levano contro l’unione monetaria e politica dell’Europa. E a questi egoismi sostituisce l’egocentrismo che lo caratterizza anche in politica interna. Auspica un’Europa dove l’Italia conti, perché l’Italia deve contare, perché l’Italia è stata uno degli stati fondatori dell’Unione Europea. Ma perché l’Italia ritorni a essere protagonista in Europa non bastano le belle parole dei discorsi o dei programmi. Bisogna dire anche cosa si intende per Europa e per generazione Erasmus.

Purtroppo credo che l’Europa sia ancora lontana dal raggiungere l’ambizioso progetto di grande nazione federale dove si è uniti nella diversità. Purtroppo l’Unione Europea ha generato tanti non-luoghi come le comunità Erasmus, le istituzioni politiche sempre più distanti dagli elettori, l’idea di cittadino europeo costruita su pochi e incerti punti in continua negoziazione fra i paesi membri. Il progetto Erasmus può avere ancora un ruolo fondamentale in questo processo di integrazione che si fonda soprattutto sulla speranza di una pace perpetua fra le nazioni, però è necessario fare uno sforzo in più. Bisogna vivere il confronto con l’altro non come una “bolla d’esperienza” o il momentaneo sovvertimento del nostro percorso formativo, ma come un salto culturale e sociale capace di costituire dei legami affettivi e intellettuali con altre persone e altre comunità.

Come scriveva il poeta greco Kavafis:

 

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,

fa voti che ti sia lunga la via,

e colma di vicende e conoscenze.

[…]

Itaca tieni sempre nella mente.

La tua sorte ti segna quell’approdo.

Ma non precipitare il tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni, che vecchio

tu finalmente attracchi l’isoletta,

ricco di quanto guadagnasti in via,

senza aspettare che ti dia ricchezze.

[da Itaca, trad. Filippo Maria Pontani]

Partite, viaggiate, vivete l’esperienza Erasmus, ma non per studiare all’estero, imparare una lingua straniera o semplicemente divertirvi: partite perché il viaggio faccia parte della vostra vita.

Giulio Foderà

 

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