Catania a Sant’Agata: tra devozione e sfarzo

Seppur in esterna, so per certo che chi in queste ore si trova a Catania respira un’aria diversa, e non a causa delle avverse condizioni metereologiche.

Gli angoli delle vie del centro si stanno affollando di bancarelle colorate, sono quelle dei venditori ambulanti di calia e simenza, di torrone e dolciumi. I primi colpi di mortaretto esplodono rumorosi, e le barocche candelore hanno ormai cominciato da giorni, monumentali e sinuose, le loro immancabili annacate per i quartieri popolari. La città dell’Etna si addobba a festa. Ci siamo. Anche quest’anno è arrivato l’abituale e immancabile appuntamento con  quell’esclusiva maratona di tre giorni che è festa di Sant’Agata. In attesa che giorno tre, le settecentesche carrozze tirate a lucido e trainate da aitanti equini, si affaccino da Palazzo degli Elefanti, e che il bianco fiume di devoti invada le principali arterie della città, lastricate di nero basalto, mi sia consentita qualche semplice riflessione.

Sentita fortemente dal catanese medio, questa festa che si rinnova e si perpetua di anno in anno, e le cui origini si perdono all’indietro nei secoli, è considerata  un must, un appuntamento atteso e da non perdere. Scendere per le vie stipate e immergersi tra la folla è sentito quasi come un obbligo, così come l’habituè prevede la sosta per un appetitoso panino con la carne di cavallo in una delle miriadi di trattorie che ingombrano i marciapiedi della quantomeno caratteristica via Plebiscito. Perchè quella di Sant’Agata non è soltanto una festa riconosciuta oggi tra le celebrazioni religiose più partecipate al mondo. E’ un’occasione per sfoggiare con orgoglio la propria  catanesità e dare giusto sfogo a quella prorompente e innata dose di teatralità, insita in ogni buon catanese che si rispetti, a partire da quei devoti che al cordone si sgolano in estenuanti e accorate grida-simil preghiera.

Adesso, senza voler abbattere tout court la scure della critica sulla festa che -nonostante le infiltrazioni mafiose e il malaffare diffuso che inevitabilmente si trascina dietro-  in quanto forma di folklore e tradizione secolarizzata, andrebbe gelosamente  conservata, a ben guadare sembra che essa faccia a pugni con i veri bisogni della città. E mi limito a constatare che a Catania il denaro per pagare gli impiegati del comune manca. I fondi per teatri e cultura scarseggiano. Le finanze dell’ AMT sono costantemente precarie. Ma i soldi per addobbare le vie con luminarie scenografiche si trovano sempre! Nel 2012, per fare un esempio, i soldi destinati dal Comune alla festa sono stati qualcosa come 500.000 euro: briciole insomma.

Verrebbe poi da chiedersi dove vada a finire, durante il resto dell’anno, tutto l’ardore e la passione che il catanese purosangue ostenta in questi giorni di mistico delirio. Ma in fondo  sappiamo bene che le contraddizioni sono abbarbicate saldamente alle fondamenta stesse di questa città rumorosa e piena di eccessi, sfrenata e appariscente, a tratti volgare e nauseabonda, ma pur sempre affascinante e godibile .

 E così alla fine, con gli occhi in cielo a godere dei fuochi d’artificio colorati, dimenticati temporaneamente tutti i problemi che affliggono la difficile quotidianità di questa città fronte mare, la domanda che si leverà sarà una sola:

Semu tutti devoti tutti?

Fabio Lombardo

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